Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria (Tridentina)

Introito

Is 61:10

10abce Gaudens gaudebo in Domino, et exultabit anima mea in Deo meo: quia induit me vestimentis salutis: et indumento iustitiae circumdedit me, quasi sponsum decoratum corona, et quasi sponsam ornatam monilibus suis. 10abce Grandemente mi rallegrerò io nel Signore, e l’anima mia esulterà nel mio Dio; perchè egli mi ha rivestita della veste di salute; e del manto di giustizia mi ha addobbata, come sposo adorno di corona, e come sposa abbellita delle sue gioie;

Ver. 10. Grandemente mi rallegrerò io nel Signore, ec. Alle grandiose promesse fatte a lei fin qui dal Signore, risponde la Chiesa con questo bel cantico, cantico di ringraziamento e di laude. Nel Signore io mi rallegrerò ed esulterò grandemente, perchè della salute sua quasi di veste mi ha rivestita, e della sua giustizia quasi di manto reale mi ha adornata. Questa salute e questa giustizia non è altro (come notò s. Girolamo), che il Salvatore e Giustificatore della Chiesa, e di esso ella si riveste con tutti i suoi figli, a’ quali diceva Paolo: voi tutti battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo, il quale è stato fatto da Dio per noi sapienza e giustizia e santificazione e redenzione, Gal. 3. 23.
Come sposo adorno di corona, e come sposa abbellita delle sue gioie. La Chiesa qui attribuisce a se stessa tutto quello, che ha di bello il suo sposo, non meno che i suoi propri ornamenti, perchè veramente una stessa cosa ella è collo stesso sposo, il quale è suo capo, onde, come dice s. Agostino: parla la Chiesa in Cristo, e nella Chiesa parla Cristo, perchè il corpo è col capo, e il capo col corpo, in Psal. 30.

Sl 29:2

2 Exaltabo te Domine quoniam suscepisti me: nec delectasti inimicos meos super me. 2 Io ti glorificherò, o Signore, perché tu mi hai protetto, e non hai rallegrati del mio danno i miei nemici.

Ver. 2. Tu mi hai protetto. Mi hai colla tua bontà tratto fuora da un abisso di mali.
Non hai rallegrati… i miei amici. Non hai permesso, che i miei nemici, i vicini popoli, che invidiano il bene d’Israele, abbiano avuto la soddisfazione di vedere desolato affatto il mio regno: Osserva s. Agostino che nella vita presente i nemici del Giusto hanno talvolta occasione di rallegrarsi del danno che ad esso han recato; ma nell’altra vita vedrassi come li stessi nemici, i quali parve che trionfassero del Giusto erano li strumenti destinati da Dio a provare la virtù e a coronare la costanza del medesimo Giusto.

[V. Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto.
R. Sicut erat in principio, et nunc, et semper, et in saecula saeculorum.
Amen.]
[V. Gloria al Padre, e al Figlio, e allo Spirito Santo.
R. Come era nel principio, e ora, e sempre, nei secoli dei secoli.
Amen.]

Is 61:10

10abce Gaudens gaudebo in Domino, et exultabit anima mea in Deo meo: quia induit me vestimentis salutis: et indumento iustitiae circumdedit me, quasi sponsam ornatam monilibus suis. 10abce Grandemente mi rallegrerò io nel Signore, e l’anima mia esulterà nel mio Dio; perchè egli mi ha rivestita della veste di salute; e del manto di giustizia mi ha addobbata, come sposa abbellita delle sue gioie;



Prima lettura

Prov 8:22-35

22 Dominus possedit me in initio viarum suarum, antequam quidquam faceret a principio. 22 Il Signore mi ebbe con seco nel cominciamento delle opere sue, da principio, prima che alcuna cosa creasse.

Ver. 22. Il Signore mi ebbe con seco nel cominciamento delle opere sue. La Sapienza del Padre fu posseduta dal Padre ab eterno mediante l’eterna generazione. Queste parole: il Signore mi ebbe con seco, significano come il Figliuolo fu sempre nel Padre, e il Padre nel Figlio. Così san Girolamo ep. ad Cyprian. Ma la più bella e grandiosa sposizione di questo luogo ce la diede il diletto discepolo di Gesù nell’esordio del suo Vangelo: nel principio era il Verbo, e il Verbo era appresso Dio, e il Verbo era Dio, cap. 1. I. Vedi quello, che ivi si è detto. I LXX lessero: il Signore creò me principio delle sue vie, delle opere sue; la qual lezione riconosciuta da’ Padri anche Latini, si spiega da molti di essi della generazione temporale del Figliuolo di Dio, secondo la quale il Verbo si fece carne; perocchè l’umanità e la carne di Cristo fu creata, ed è creatura. Ma può ancora con altri Padri e particolarmente con s. Ilario esporsi la stessa lezione della generazione eterna del verbo: anzi la parola creò con altissimo senso può essere stata usata nel Greco in vece della voce generò a dinotare come la produzione del Figlio di Dio fu senza mutamento o discapito del Padre, da cui egli fu generato di Dio perfetto, perfetto Dio, come spiega il medesimo santo de Synod. Anathem. v.

23 Ab aeterno ordinata sum, et ex antiquis antequam terra fieret. 23 Dall’eternità ebbi io principato, e ab antico, prima che fosse fatta la terra.

Ver. 23. Dall’eternità ebbi io principato, ec. Abbiamo tradotto piuttosto il senso, che la parola. La Sapienza, il Verbo di Dio fu ab eterno, ed ebbe il principato di tutte le cose, che doveano crearsi, le quali tutte per lui furon fatte; questa Sapienza ab eterno fu costituita principio e fondamento di tutto l’universo, come spiega un antico Interprete. La Sapienza poi incarnata, cioè il Cristo, fu stabilito Capo e Re e fondamento della Chiesa. Vedi Athan. serm. 3. cont. Arian.,
Ab antico. Prima de’ secoli. Vale lo stesso, che ab eterno.

24 Nondum erant abyssi, et ego iam concepta eram: necdum fontes aquarum eruperant: 24 Non erano ancora gli abissi, ed io era già concepita, non iscaturivano ancora i fonti delle acque,

Ver. 24. Non erano ancora gli abissi. I mari, le profonde voragini de’ mari. Questo versetto e i due seguenti spiegano l’eternità del Verbo divino, della increata Sapienza.

25 necdum montes gravi mole constiterant: ante colles ego parturiebar: 25 Non posavano ancora i monti sulla gravitante lor mole: prima delle colline era io partorita:

Ver. 25. Era io partorita. I LXX: Egli mi genera. Ma questa maniera di parlare, come anche quella della nostra Volgata, contengono un’altra verità, la quale è (come spiega s. Agostino, s. Ilario e altri), che il Figliuolo continuamente, perennemente riceve il suo essere dal Padre, che il Padre sempre genera il Figlio, e il Figlio sempre è da lui generato.

26 adhuc terram non fecerat, et flumina, et cardines orbis terrae. 26 Egli non avea ancor fatta la terra, né i fiumi, nè i cardini del mondo.

Ver. 26. Nè i cardini del mondo. Questi cardini sono i due poli; ovvero, come altri intendono, i quattro punti detti cardinali, l’Oriente, l’Occidente, Mezzodì e Settentrione.

27 Quando praeparabat caelos, aderam: quando certa lege, et gyro vallabat abyssos: 27 Quand’egli dava ordine ai cieli io era presente; quando con certa legge, e ne’ loro confini chiudeva gli abissi:

Ver. 27. Io era presente. Ovvero: io era con lui, che è più stretta versione del Greco. In questo versetto unito ai tre seguenti ci si dimostra la Sapienza fattrice di tutte le cose.
Quando con certa legge, e ne’ loro confini ec. Non sembra, che debbansi queste parole intendere del mare, perocchè di questo si parla

28 quando aethera firmabat sursum, et librabat fontes aquarum: 28 Quand’egli lassù stabiliva l’aere, e sospendeva le sorgive delle acque:

Ver. 28. Quand’egli lassù stabiliva l’aere. Intendono comunemente l’atmosfera, altri le nuvole.
E sospendeva le sorgenti delle acque. Quando per l’aere nelle precedenti parole s’intendano le nuvole, questa seconda parte del versetto sarà una sposizione della prima; perocchè le sorgenti delle acque, onde viene umettata e fecondata la terra, sono le stesse nuvole, le quali lassù si formano de’ vapori, che si alzan dal mare, e sono tenute sospese e librate con sì buon ordine di providenza, che si sciolgono non tutt’in un tratto (che così inonderebber la terra), ma in moderata quantità proporzionata al bisogno della medesima terra.

29 quando circumdabat mari terminum suum, et legem ponebat aquis, ne transirent fines suos: quando appendebat fundamenta terrae: 29 Quando i suoi confini fissava al mare, e dava legge alle acque, perché non oltre passassero i limiti loro; quand’ei gettava i fondamenti della terra

Ver. 29. L’abisso adunque, o sia l’amplissima e quasi immensa voragine formata da Dio, ella è tutta la capacità e lo spazio, che è tral cielo e la terra, nel quale spazio dentro stabili e fissi confini, con certissime e ordinatissime leggi si fanno tutti li movimenti de’ corpi celesti. Per la qual cosa quello, che si dice degli abissi chiusi con certa legge, e ne’ loro confini, si applica non tanto agli stessi abissi, quanto a’ movimenti de’ detti corpi celesti.
Ver. 29. Quand’ei gettava i fondamenti della terra. Vedi Job XXXVIII. 4. Ps. XIII. 2.

30 Cum eo eram cuncta componens: et delectabar per singulos dies, ludens coram eo omni tempore; 30 Con lui era io disponendo tutte le cose, ed era ogni di mio diletto lo scherzare dinanzi a lui continuamente,
31 ludens in orbe terrarum: et deliciae meae esse, cum filiis hominum. 31 Lo scherzare nell’universo: e mia delizia lo stare co’ figliuoli degli uomini.

Ver. 30-31. Con lui era io disponendo ec. Con Dio io fabbricava e creava e ordinava tutte le cose, ed era mia delizia ogni dì il considerare le cose fatte da me, fatte quasi scherzando continuamente dinanzi a lui, scherzando nella produzione di tutte le creature, onde l’universo è ripieno. Con questa maniera di parlare si esprime mirabilmente la facilità e la celerità, con cui la fattrice Sapienza creò e diede ordine a tutto il creato. E mia delizia lo stare co’ figliuoli degli uomini. La Sapienza increata, la quale con diletto produsse tutte le creature, e con diletto le rimirò dopo che furon prodotte, perchè erano buone assai, Gen. I. 31., sua particolar delizia trovò nell’uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio, fatto capace d’intendere i misteri della stessa Sapienza, e di amarla e di lodarla per tutte le creature prive di senso e di ragione. Ma all’uomo stesso questa amabil Sapienza si comunicò con eccesso di bontà e di amore particolarmente allora quando il Verbo assunse la natura stessa dell’uomo, e con esso si affratellò, e volle essere, ed esser chiamato Figliuolo dell’Uomo. Vedi Eccli. XXIV. 13.

32 Nunc ergo filii audite me: Beati, qui custodiunt vias meas. 32 Or adunque, o figliuoli, ascoltateli: Beati quelli, che battono le mie vie.

Ver. 32. Or adunque, o figliuoli, ascoltatemi: ec. Vale a dire: Dopo le infinite dimostrazioni di bontà e di affetto, che io vi ho date, voi, o uomini, prestate orecchio ai miei insegnamenti.

33 Audite disciplinam, et estote sapientes, et nolite abiicere eam. 33 Udite i mie documenti, e siate saggi, e non li rigettate.
34 Beatus homo qui audit me, et qui vigilat ad fores meas quotidie, et observat ad postes ostii mei. 34 Beato l’uomo, che mi ascolta, e veglia ogni di all’ingresso della mia casa, e sta attento sul liminare della mia porta:
35 Qui me invenerit, inveniet vitam, et hauriet salutem a Domino: 35 Chi mi troverà, arerà trovata la vita, e dal Signore riceverà la salute:

Ver. 35. Averà trovata la vita. La vita di grazia, e anche la vita di gloria nel secolo futuro. Cristo è la felicità, la salute, la vita degli uomini, che lo ascoltano e l’obbediscono.



Graduale

Giuditta 13:23

23b Porro Ozias princeps populi Israel, dixit ad eam: Benedicta es tu filia [, Virgo Maria,] a Domino Deo excelso prae omnibus mulieribus super terram. 23b E Ozìa capo del popolo d’Israele, le disse: Benedetta se tu, o figliuola [Vergine Maria], dal Signore Dio altissimo sopra tutte le donne della terra.

Giuditta 15:10

[V:] 10b Quae cum exisset ad illum, benedixerunt eam omnes una voce, dicentes: Tu gloria Ierusalem, tu laetitia Israel, tu honorificentia populi nostri: [Alleluia, alleluia.] [V:] 10b Ed essendo ella andata ad incontrarli, la benedissero tutti ad una voce dicendo: Tu gloria di Gerusalemme, tu letizia d’Israele, onore del popol nostro. [Alleluia, alleluia.]

Cant 4:7

[V:] 7 Tota pulchra es amica mea [, Maria], et macula [originalis] non est in te. [Alleluia.] [V:] 7 Tutta bella se’ tu, o mia Diletta [Maria], e [la] macchia [originale] non è in te. [Alleluia.]

Ver. 7. Tutta bella se’ tu, ec. Notisi, che questa frase senza macchia vale senza difetto, senza vizio, e tale è il significato della voce Ebrea corrispondente alla voce macula, come apparisce dal Levitico, dove la stessa voce è usata a significare i difetti degli animali, pe’ quali difetti non potevan questi offerirsi al Signore, e questi difetti non erano quelli del color della pelle, ma tutti i vizi, e de formita, che ivi sono notati.
Dopo che lo Sposo è andato al monte della mirra, e al colle dell’incenso, dopo che lo Sposo mori per li peccati nostri, e risuscitò per nostra giustificazione, viene molto a proposito questo magnifico elogio della Sposa. Cristo (dice Paolo) amò la Chiesa, e diede per lei se stesso affini di santificarla, mondandola colla lavanda di acqua, mediante la parola di vita, per farsi comparir davanti la Chiesa vestita di gloria senza macchia, e senza grinza, od altra tal cosa, ma che sia santa, ed immacolata, Ephes. v. 25.27. Questa universale assoluta bellezza della Chiesa, e l’essere senza macchia di colpa, è detto di lei in primo luogo riguardo a quello, che ella sarà certamente un giorno allorchè Cristo trasformerà il corpo di nostra vilezza, perchè sia conforme al corpo della sua gloria, come dice lo stesso Apostolo, Philip. III. 21. in secondo luogo quantunque, come nella rete Evangelica i pesci buoni, e i cattivi, così nella Chiesa sieno i giusti, e i peccatori, e i giusti stessi non sieno nè impeccabili, nè senza neo di difetti, con tutto ciò in un senso verissimo si può dire, ch’ella è tutta bella. Perocchè tutto quello che dalla Chiesa s’insegna, tutto quello che ella prescrive, tutto quello che ella ama, tutto è bello, cioè vero, santo, perfettò, e nissuna imperfezione, e bruttezza, nissuna falsità, nissun peccato ella approva, ed ella ha nel suo seno in ogni tempo, ed in ogni stato un numero di anime grandi, le quali battendo le vie della santità mostrate da lei, la ornano d’inconparabil bellezza, e splendore, e per riguardo ancora a queste anime, nelle quali egli abita, e le quali dello stesso Sposo celeste portan l’immagine, onde li sguardi, e tutto l’affetto di lui a se traggono, è detta la Chiesa tutta bella, e senza macchia. Ed è di più da considerare, che Cristo avendo chiamata la Chiesa ad essere santa, e immacolata negli occhi di lui, ed avendola mondata, e lavata nel sangue suo, ed avendo lasciata alla Chiesa medesima tutti i mezzi sì per espiare tutti i peccati, e sì ancora per praticare tutte le virtù cristiane, potrà dirsi perciò tutta bella questa Sposa, alla quale so la s’appartiene di avere nella grazia di Cristo gli aiuti per fuggir tutto il male, e per fare tutto il bene.



Vangelo

Lc 1:26-28

In illo tempore: (In quel tempo:)

26 In mense autem sexto, missus est Angelus Gabriel a Deo in civitatem Galilaeae, cui nomen Nazareth, 26 Ma il sesto mese fu mandato l’Angelo Gabriele da Dio a una città della Galilea, chiamata Nazaret,

Ver. 26. Il sesto mese. Dal tempo, che Elisabetta avea concepito.

27 ad Virginem desponsatam viro, cui nomen erat Ioseph, de domo David, et nomen virginis Maria. 27 A una vergine sposata ad un uomo della casa di Davidde, nomato Giuseppe, e la Vergine si chiamava Maria.

Ver. 27. A una vergine sposata ad un uomo ec. Si accenna già imminente l’adempimento e della celebre profezia d’Isaia: Ecco che la vergine concepirà, ec., e delle promesse fatte a Davidde di far nascere della sua stirpe un figliuolo, il regno di cui sarebbe eterno. Quelle parole della casa di Davidde, anche secondo la costruzione gramaticale, possono riferirsi ad ambedue gli sposi, a Giuseppe, e a Maria. Questa Vergine ha uno sposo eletto da Dio per salvare l’onore di lei, per essere testimone della sua purità, e custode della madre, e del figlio, e perchè dalla genealogia dello Sposo quella ancora di Maria venisse a conoscersi.

28 Et ingressus Angelus ad eam dixit: Ave gratia plena: Dominus tecum: Benedicta tu in mulieribus. 28 Ed entrato l’Angelo da lei, disse: Dio ti salvi, piena di grazia: il Signore è teco: Benedetta tu fra le donne.

Ver. 28. Dio ti salvi. Osservano gl’Interpreti, che la maniera di saluto usata dall’Angelo con Maria è tutta nuova, e non mai usata per l’avanti nelle Scritture; segno della somma riverenza, con la quale lo stesso Angelo si presenta a questa Vergine sì per le altissime virtù, che in lei ammirava, e sì ancora considerandola come futura madre del suo Re, e Signore.
Piena di grazia. Vale a dire (secondo la forza della parola Greca) arricchita della pienezza di tutti i doni di grazia, pe’ quali se’ renduta gratissima, e accettissima a Dio: onde soggiunge: il Signore è teco; le quali parole spiegano le precedenti; conciossiachè per questo ella è piena di grazia, perchè il Signore abita in lei come in suo tempio santo, ed eletto, e de’ beni suoi la ricolma.
Benedetta tu ec. Benedetta con ogni maniera di benedizione da Dio sopra tutte le donne di tutte l’età. In questo discorso dell’Angelo hanno osservato molti Padri un tacito confronto tra Eva, e Maria, tra’ quali s. Agostino serm. 15. de temp. Il Demonio parlando per bocca del serpente con Eva si servi delle orecchie della donna per recare al mondo la morte: Dio per mezzo dell’Angelo parlò a Maria, e portò la vita a tutti i secoli.



Offertorio

Lc 1:28

28b Et ingressus Angelus ad eam dixit: Ave[, Maria,] gratia plena: Dominus tecum: Benedicta tu in mulieribus[, alleluia]. 28b Ed entrato l’Angelo da lei, disse: Dio ti salvi, [Maria,] piena di grazia: il Signore è teco: Benedetta tu fra le donne[, alleluia].

Ver. 28. [Cf. Vangelo]



Comunione

Sl 86:3

3 Gloriosa dicta sunt de te, civitas Dei [Maria]. 3 Grandi cose sono state dette di te, o città di Dio [Maria].

Ver. 2. Grandi cose sono state dette ec. Cose grandi, cose gloriose, cose non terrene, ma celesti, divine cose sono state annunziate e predette nelle Scritture intorno a te, città di Dio, in cui stabilmente, e realmente abita Dio. Vedi Tob. XIII. 13. 14. 15. 16. 17. ec. e si paragoni coll’Apocalisse XXI. 9. 10. 11. ec.

Lc 1:49

49a Quia fecit mihi [tibi] magna qui potens est: et sanctum nomen eius. 49a Perché grandi cose ha fatte a me [te] colui, che è potente, e di cui santo è il nome.

Ver. 49. Di cui santo è il mome. Ps. XC. 9. Santo, e terribile il nome di lui.