Natale del Signore (Ispano-Mozarabico II)

Praelegendum

Sl 117:26-27

26ab [Alleluia.] benedictus qui venit in nomine Domini[, alleluia, alleluia]. Benediximus vobis de domo Domini: 26ab [Alleluia.] benedetto lui, che viene nel nome del Signore[, alleluia, alleluia]. Abbiam dato benedizioni a voi, che siete della casa del Signore:

Ver. 26. Abbiam dato benedizioni a voi. ec. Parla agli Apostoli e a’ discepoli di Cristo domestici suoi e famigliari. A questi dice: noi vi benediciamo, cioè diamo lode e desideriamo ogni bene a voi che, siete della famiglia del Signore, il qual Signore è Dio, e a noi si e fatto vedere sopra la terra. Ho voluto tradurre: è apparito: per ritenere una voce consacrata per così dire dall’Apostolo a significare la venuta di Cristo al mondo, e anche dalla chiesa, la quale chiama con il nome di Epifania cioè apparizione la la festa della manifestazione del Verbo incarnato Vedi Tit. II. 11.

[V:] 27a Deus Dominus, et illuxit nobis. Constituite diem solemnem in condensis, usque ad cornu altaris. [V:] 27a il Signore è Dio, ed egli è a noi apparito. Distinguete il giorno solenne co’ folti rami sino al corno dell’altare.

Ver. 27. Distinguete il giorno solenne ec. Si allude alla festa dei tabernacoli, nella qual testa i Giudei formavan delle capanne co’ rami di alberi, nell’atrio del tabernacolo, e sul monte santo e nelle piazze e ne’ cortili della città, e in tal festa si cantava l’Hosanna, donde viene, che anche ai dì nostri gli Ebrei danno il nome di Hosanna a’ rami, che soglion allora portare nelle lor mani. Distinguete il dì solenne coll’ornare di frondi la città, e il tabernacolo del Signore, e l’atrio de’ sacerdoti dov’e l’altare degli olocausti, i corni del quale altare ornate anch’essi di verzura. Or tutto questo fu fatto nell’ingresso di Cristo in Gerusalemme, come si è veduto, e spiegato, Matth. XXI. 8. Joan. XXII. 13. Intorno a’ corni dell’altare degli olocausti vedi Exod. XXVII. 2. XXIX. 12.

Sl 117:26

[R:] 26b In nomine Domini[, alleluia, alleluia]. [V:] 26b Nel nome del Signore[, alleluia, alleluia].
[V:] [Gloria et honor Patri et Filio et Spiritui Sancto in saecula saeculorum. Amen.]
[V:] [Gloria ed onor al Padre, e al Figlio, e allo Spirito Santo nei secoli dei secoli. Amen.]

Sl 117:26

[R:] 26b In nomine Domini[, alleluia, alleluia]. [V:] 26b Nel nome del Signore[, alleluia, alleluia].



Profezia

Is 7:10-16

In diebus illis: (In quei giorni:)

10 Et adiecit Dominus loqui ad Achaz, dicens: 10 E di nuovo parlò il Signore ad Achaz, dicendo:
11 Pete tibi signum a Domino Deo tuo in profundum inferni, sive in excelsum supra. 11 Domanda a tua posta al Signore Dio tuo un segno dal profondo dell’inferno, o lassù nell’eccelso.

Ver. 11. Domanda a tua posta…. un segno. Chiedi una prova della verità di quello che io da parte del Signore ti annunzio. Vuoi tu che la terra si apra sino all’inferno, ovvero che lassù nell’alto succeda qualche prodigio simile a quello che operò Giosuè arrestando il sole? Dio vuol convincere in tutti i modi questo re incredulo ed empio.

12 Et dixit Achaz: Non petam, et non tentabo Dominum. 12 E Achaz rispose: Nol chiederò, e non tenterò il Signore.

Ver. 12. Nol chiederò, e non tenterò il Signore. Se questa risposta fosse proceduta da umiltà, il Profeta non sarebbesi adirato contro di Achaz. Parlò egli adunque con ipocrisia, e ricusò di vedere un miracolo, per non essere costretto a lasciare la sua empietà, per cui a Dio rendevasi odioso e agli uomini, come dice a lui il profeta.

13 Et dixit: Audite ergo domus David: Numquid parum vobis est, molestos esse hominibus, quia molesti estis et Deo meo? 13 E disse: Udite adunque, casa di Davidde: E egli adunque poco per voi il far torto agli uomini, che fate torto anche al mio Dio?

Ver. 13. Fate torto anche al mio Dio? Non solo siete cattivi e ingiusti contro degli uomini, ma ancor contro Dio, offendendolo direttamente colla vostra diffidenza ed in credulità.

14 Propter hoc dabit Dominus ipse vobis signum. Ecce virgo concipiet, et pariet filium, et vocabitur nomen eius Emmanuel. 14 Per questo il Signore darà egli stesso a voi un segno: Ecco, che una Vergine concepirà, e partorirà un figliuolo, e il nome di lui sarà detto Emmanuel.

Ver. 14. Per questo il Signore darà ec. Voi volete quasi combattere con Dio colla vostra empietà, e con tutto questo mentre voi diffidate di sua bontà e di sua possanza, e non credete ch’ei sia per liberarvi da Rasin e da Phacee com’ei vi promette, egli darà a voi un segno il più grande, il più inaudito, che immaginare si possa, anzi un segno, cui nissun uomo saprebbe immaginare giammai. Questo discorso del profeta è molto simile a quello, che leggesi nel cap. XXVIII. 15. 16.: Avete detto: Noi abbiam contrattato colla morte, e abbiam fatta una convenzione coll’inferno: quando venga il flagello, come torrente, non arriverà sopra di noi, perchè ci siamo affidati alla menzogna, e la menzogna ci protegge. Per questo dice il Signore Dio: Ecco, che io pongo ne’ fondamenti di Sion una pietra eletta, angolare, preziosa ec.
Ecco, che una vergine concepirà, e partorirà un figliuolo. I re di Siria e d’Israele hanno risoluto di distruggere il popol di Giuda, e di sperdere la casa di David, e di stabilire nel paese uno straniero. Non sarà così, dice Dio: la casa di Davidde sussisterà sino a tanto che di essa nasca il Messia, secondo quello che Dio stesso pro mise a Davidde; e dalla conservazione di questa famiglia si arguirà la conservazione eziandio del popolo di Giuda. Udite adunque, principi increduli, voi che vi pensate, che Dio non possa o non voglia trarvi fuora del pericolo grande, che a voi sovrasta; udite quello che Dio farà: Ecco che una vergine (e questa della famiglia di Davidde) concepirà e partorirà un figliuolo. In vano i Rabbini moderni cercano di oscurare almeno, se potessero, questa bella profezia, citata già, ed applicata a Cristo da s. Matteo II. 23. La voce Ebrea tradotta nel latino col la parola virgo fu intesa nel senso medesimo dai LXX Interpreti, che pur erano Ebrei, ed ancora dal Caldeo, e non mai in altro senso, fuori che di giovinetta vergine, si trova usata nelle Scritture, come notò s. Girolamo; e qual segno o prodigio sarebbe egli per la casa di David il parto di una giovine, ma non vergine, quale vorrebbon gli Ebrei che fosse quella, di cui si parla? Ma a far conoscere anche meglio la ignorante impudenza di questi nostri nemici non è da tacere, che questa promessa del profeta applicar vogliono al figliuolo di Achaz, ad Ezechia, il quale Ezechia era già nato prima che il padre salisse al trono; ovvero a qualche altro figliuolo di Achaz, di cui non possono a noi dar novella.
E il nome di lui sarà detto Emmanuel. Secondo la pretta significazione della frase Ebrea si può tradurre semplicissimamente: Egli sarà Emmanuel: Egli sarà Dio con noi. Egli sarà e in se stesso e per noi quale il dinota questo nome, che a lui si competerà; questo vuol dire, che il figliuolo della vergine egli è il Verbo, Dio fatto carne, che abiterà tragli uomini, come si dice Joan. I.

15 Butyrum et mel comedet, ut sciat reprobare malum, et eligere bonum. 15 Ei mangerà butirro, e miele, affinchè sappia rigettare il cattivo, ed eleggere il buono.

Ver. 15. Ei mangerà butirro, e miele ec. Questo divino fanciullo sarà vero uomo, e come vero uomo sarà nudrito con burro e miele, come si nudriscono nella Giudea i bambini fino all’età in cui coninciano a discernere il ben dal male. Quelle parole: affinchè (ovvero fin che) sappia rigettare il cattivo, ed eleggere il buono, queste parole, come notò s. Girolamo, riguardo all’Emmanuele significano com’egli involto tuttora in fasce, e nudrito con burro e miele, ha il giudizio del bene e del male: onde da questo stesso intendiamo, che l’infanzia del corpo umano fu senza pregiudizio della sua sapienza divina.

16 Quia antequam sciat puer reprobare malum, et eligere bonum, derelinquetur terra, quam tu detestaris a facie duorum regum suorum. 16 Imperocché prima, che il fanciullo sappia rigettare quel, che è cattivo, ed eleggere il buono, lasceranno la terra, che tu hai in orrore, i due suoi re.

Ver. 16. Imperocchè prima, che il fanciullo ec. I Padri, ed anche alcuni Interpreti Cattolici intendono queste parole dello stesso vero Emmanuele figliuolo della Vergine, in questo senso: E affinchè tu, o Achaz, e tu, o Giuda, non dubiti del segno, che io ti ho predetto, sappi, che questo stesso Figliuol della Vergine, prima di compier l’infanzia, anzi prima di nascere, anzi in questo tempo di adesso, egli stesso, che è il Dio forte, il Dio con noi, ti libererà dal potere di que’ due re tuoi nemici, i quali lasceranno la terra, che ti tiene in tanto timore, la Samaria e la Siria, che saran desolate dall’esercito Assiro. Molti altri Interpreti Cattolici, a’ quali è paruto men conveniente secondo la lettera, che queste parole si riferiscano al vero Emmanuele, il quale non dovea nascere se non circa sette secoli dopo la profezia, suppongono, che qui si parli di un altro figliuolo, ma d’Isaia, il quale sia però sempre figura dell’Emmanuele Figliuolo della Vergine; e siccome nel vers. 3. si vide che Dio ordinò al Profeta, che nell’andare a trovar Achaz conducesse seco il figlio Sear Jasub, e di più nel capo seguente vers. 18 dice il Profeta, che i figliuoli dati a lui da Dio erano segno, e portento ad Israele, quindi alcuni credono, che il Profeta accenni questo figliuolo, che egli avea seco; ma siccome questo è credibile, che non fosse allora affatto bambino, altri perciò vogliono, che s’intenda il figliuolo che nascerà dalla profetessa (secondo essi, moglie d’Isaia) come si racconta nel capo seguente, il qual figliuolo prima che arrivi all’età di saper distinguere il buono dal cattivo, promette Dio, che Achaz sarà liberato dal terrore de’due regi, come avvenne due anni in circa do po questa profezia, quando Theglathphalasar uccise Rasin, prese Damasco, e trasportò quel popolo nel paese di Kir (v. Reg. XVI.), e menò via le tribù di Ruben, Gad, Manasse e Nephthali, e Phacee fu ucciso da Osea, che gli succedette nel regno, IV. Reg. XV. 29.; 1. Paral. v. 26.; e l’adempimento di questa profezia dovea servire a confermazione della profezia precedente, vale a dire della nascita del Messia da madre vergine. Questa seconda sposizione fu già indicata dal Grisostomo, e seguitata da s. Tommaso, e da un gran numero di moderni, onde non dovevamo tacerla; e non lasceremo ancora di accennare a suo luogo quello, che secondo tal distinzione di personaggi si riferisca al figliuolo di Isaia, figura dell’Emmanuele figliuolo della Vergine.

Is 9:1-7

1 Primo tempore alleviata est Terra Zabulon, et Terra Nephthali: et novissimo aggravata est via maris trans Iordanem Galilaeae Gentium. 1 Primamente fu meno afflitta la terra di Zàbulon, e la terra di Nephthali, e dipoi fu gravemente percossa la via al mare, la Galilea delle nazioni di là dal Giordano.
2 Populus, qui ambulabat in tenebris, vidit lucem magnam: habitantibus in regione umbrae mortis, lux orta est eis. 2 Il popolo, che camminava tralle tenebre, vide una gran luce: la luce si levò per quegli, che abitavano nella oscura region di morte.

Ver. 1-2. Primamente fu meno afflitta la terra di Zabulon, ec. S. Girolamo riferisce, che gli Ebrei, i quali aveano abbracciata la fede di Cristo, in tal guisa esponevano questo luogo. Prima furono soggiogate, e menate in ischiavitudine le due tribù di Zabulon e di Nephthali, e dipoi la Galilea fu lasciata deserta, e le altre tribù, che abitavano oltre il Giordano nella Samaria, andarono schiave: quindi quel paese, di cui il popolo fu prima condotto a servire a’ Babilonesi, questo paese ingombrato dalle tenebre dell’errore, fu il primo a vedere la luce grande della dottrina e de’ miracoli di Cristo, e da questo paese si propagò a tutte le genti la semenza dell’Evangelio. Questa sposizione ottimamente si adatta all’applicazione fatta da s. Matteo di questa medesima profezia, Matt. IV. 13. In que’ paesi predicò lungamente Cristo, e indi scelse i suoi Apostoli, com’è notissimo dall’Evangelio. Ma per finir di illustrare la lettera di questi due versetti notisi come il Profeta dice, che primieramente saranno affllitte, saccheggiate, e menate via le due tribù di Zabulon e di Nephthali, ma elle saranno trattate meno male, che i paesi, che conducono al mare, ovvero, che son sulla costa del mare di Tiberiade, e la Galilea delle nazioni. Verso il mare di Tiberiade abitavano le tribù di Ruben, di Gad, e mezza la tribù di Manasse, e la Galilea delle genti era anch’essa di là dal Giordano.

3 Multiplicasti gentem, et non magnificasti laetitiam. Laetabuntur coram te, sicut qui laetantur in messe, sicut exultant victores capta praeda, quando dividunt spolia. 3 Tu hai innalzata la nazione, ma non hai accresciuta la letizia. Si allegreranno dinanzi a te come quegli, che si rallegrano della messe, come esultano i vincitori fatti padroni della preda, allorché dividon le spoglie.

Ver. 3. Tu hai innalzata la nazione, ma non hai accresciuta la letizia. Nelle Scritture la voce molto è usata per la voce grande, e moltiplicare per magnificare Cosi abbiamo tradotto hai innalzata, dove la nostra Volgata dice letteralmente, hai moltiplicata. Tu, o Signore, hai grandemente innalzata la nazione e il paese de’ Galilei colla tua predicazione, co’ tuoi miracoli, e particolarmente col trarne i tuoi Apostoli, ma non grande a proporzione è stata la consolazione e il frutto de’ tuoi benefizi; perocchè molto maggiore sarà il numero di que’, che non crederanno, che de’ fedeli; e lo stesso avverrà riguardo al popolo di Giuda. Quindi le doglianze di Cristo: guai a te, o Bethsaida, perchè se in Tiro e in Sidone fossero stati fatti i miracoli, che sono stati fatti presso di te, avrebbon fatta penitenza nella cenere e nel cilizio, Matth. XI. 21.
Si allegreranno dinanzi a te ec. Ma la letizia degli uomini convertiti alla tua fede, o Cristo, sarà stragrande; e sarà paragonabile a quella del contadino quando vede assicurata la sua copiosa raccolta; e come rallegrasi un esercito vincitore quando dopo la vittoria si spartisce la preda.

4 Iugum enim oneris eius, et virgam humeri eius, et sceptrum exactoris eius superasti sicut in die Madian. 4 Imperocché il giogo oneroso di lui, e la verga infesta a’ suoi omeri, e il bastone del suo esattore tu gli superasti, come nella giornata di Madian.

Ver. 4. Il giogo oneroso di lui, e la verga ec. La voce eius del Latino si riferisce al popolo del versetto 2., ovvero alla nazione del versetto precedente. Sarà grande la letizia de’ nuovi credenti, perchè da te, o Cristo, si vedran liberati da pesantissimo giogo, dalla verga crudele, onde erano percossi e abbattuti, e dal bastone del comando di un esattore spietato; e la tua vittoria sarà simile a quella, che riportò Gedeone nella famosa giornata contro de’ Madianiti. Così è descritta dal nostro Profeta sotto la immagine di dura schiavitù temporale, la spirituale servitù degli uomini sotto il giogo del diavolo e del peccato: servitù, nella quale giacevano miseramente oppres si prima della venuta del celeste loro liberatore. Paragona la vittoria di Cristo a quella di Gedeone, perchè questi fu insigne figura del medesimo Cristo, e siccome Gedeone distrusse l’altare di Baal, e tagliò il boschetto consacrato allo stesso Baal, e alzò un altare al vero Dio; così Cristo distrusse la idolatria regnante nel mondo, ed edificò la Chiesa, in cui il vero Dio si onora. Vedi Jud. VI.

5 Quia omnis violentia praedatio cum tumultu, et vestimentum mistum sanguine, erit in combustionem, et cibus ignis. 5 Perocché ogni violenta depredazione (sarà) con tumulto: e le vesti intrise di sangue saranno arse, fatte cibo del fuoco.

Ver. 5. Perocchè ogni violenta depredazione (sarà) con tumulto. Allude sempre alla vittoria di Gedeone sopra i Madianiti, a cui paragona la vittoria di Cristo sopra l’inferno e sopra il mondo; e insieme rappella il nome di celere predatore dato gia al Messia cap. VIII. 3. Siccome adunque Gedeone non acquistò le spoglie di Madian se non con mettere in gran tumulto e scompiglio il campo dei Madianiti; così quando il Messia rapirà al demonio la preda degli uomini, si solleverà fiero tumulto e sconvolgimento nell’inferno e nel mondo, che sarà tutto sossopra. Gli Ebrei dicevano a Paolo, che la religione di Cristo avea in ogni luogo contraddittori, Atti XXVIII. 22. Ma ciò dovea pur essere, ed era stato predetto e dal nostro Profeta, e da Cristo, il quale disse, che era venuto a portare non la pace, ma sì la spada, perchè era venuto a separare l’uomo dal padre suo ec. Matth. X. 34. 3. ec.
E le vesti intrise di sangue saranno arse, fatte cibo del fuoco. E come le vesti de’ soldati nemici intrise di sangue si fanno dal vincitore abbruciare nel fuoco insieme co’ loro cadaveri, così Cristo manderà ad ardere nel fuoco dell’inferno e i demoni, e i persecutori del suo nuovo popolo, i quali hanno sparso il sangue de’santi, e ne portano il segno nelle vesti loro asperse di sangue.

6 PARVULUS enim NATUS est nobis, et filius datus est nobis, et factus est principatus super humerum eius: et vocabitur nomen eius, Admirabilis, consiliarius, Deus, fortis, pater futuri saeculi, princeps pacis. 6 Conciossiachè un pargoletto è nato a noi, e il figlio è dato a noi, ed ha sopra gli omeri suoi il principato, ed ei si chiamerà per nome l’Ammirabile, il Consigliere, Dio, il Forte, il Padre del secolo futuro, il Principe di pace.

Ver. 6. Conciossiachè un pargoletto è nato a noi, ec. Ecco il celere predatore, il quale fin dalla sua nascita comincerà a vincere e a predare. Egli è pargoletto di età, di statura, di semplicità, d’innocenza, ma egli è uomo perfetto, anzi gigante, per valore e fortezza. Dicendo il Profeta, che questo pargoletto è nato a noi, secondo un antico Interprete dimostra la temporal natività di lui dal seno di Maria: dicendo poi, che questo figlio è dato a noi, la divinità ed eternità viene ad accennare di questo stesso pargoletto, il quale dal Padre fu dato a noi per quell’amore, che il Padre ebbe verso di noi, come dice s. Giovanni, I. Jo. IV. 9.
Ed ha sopra gli omeri suoi il principato. Egli nascerà principe, e Signore, e Re del cielo e della terra. I grandi portavano in antico sulle loro spalle i distintivi della loro dignità: e i Padri generalmente hanno in queste parole ravvisato il mistero di Cristo portante sopra le sue spalle la Croce come segno del suo principato. Ed ei si chiamerà per nome l’Ammirabile. In Cristo dice l’Apostolo sono ascosi tutti i tesori della sapienza e della scienza di Dio. Egli è mirabile nella sua Concezione e nella sua nascita di madre vergine, egli è mirabile nella sua vita, mirabile nella dottrina, e ne’ miracoli, e nella passione, e nella morte, e nella risurrezione. Egli è mirabile in sè, mirabile ne’ santi suoi, ne’ quali colla sua grazia egli opera cose grandi e mirabili.
Il Consigliere. Alcuni Padri spiegano questo titolo dato a Cristo, come ad esecutore sapientissimo e fedelissimo del consiglio di Dio riguardo alla redenzione del genere umano, e riguardo alla vocazione delle genti, e al rigettamento degli Ebrei. Egli oltre a ciò insegnò agli uomini i misteri di Dio e le vie di salute, e gl’illuminò colla sua verità; e colla sua grazia fa, che amino, e vogliano il bene, e lo facciano. Dio. Questo pargoletto fatto di donna, nato sotto la legge (Gal. IV. 4.) egli è insieme Dio, perchè figliuolo del Padre, consustanziale al Padre . onde agli angeli tutti è ordinato, che nella stessa umiliazione, a cui per amore di noi discese, lo adorino. Vedi Ps. 96. 7., Hebr. I. 6.
Il Forte. La fortezza di questo pargoletto si dimostrò nel sopportare tante fatiche, e difficoltà, e contraddizioni, e i tormenti, e la morte crudele di Croce, e nel di struggere il regno del diavolo, e del peccato con mezzi, che sembravan sì deboli. Quindi così sovente Cristo è chiamato virtù di Dio, cioè fortezza e potenza di Dio.
Padre del secolo futuro.Il secolo futuro, o sia il mondo futuro (Rom. V. 14.) egli è quel secolo, e quel mondo predetto in tutte le Scritture, che dovea principiare alla prima venuta di Cristo, e finisce alla seconda. Viene a dunque con ciò significata quella nuova generazione di uomini, che sono nuove creature in Cristo generati da lui mediante la parola di verità, Jacob. I. 18., e generati per la eternità; perocchè siccome dal terreno Adamo siam generati per vivere nel tempo; così dal nuovo celeste Adamo siam rigenerati per vivere eternamente; Adamo ci generò per la terra, ci genera Cristo pel cielo. Quindi taluno tradusse: Padre della eternità, cioè della vita eterna, la quale egli co’ suoi patimenti, e colla sua morte a noi meritò.
Principe di pace. Carattere specialissimo di questo Re, il quale portò al mondo la pace, il quale rompendo la parete intermedia, le nimicizie tra Dio e l’uomo, tralla terra e il cielo, riconciliò la creatura col suo Creatore (Vedi Ephes. II. 18., Rom. v. 10.); il quale a’ suoi figliuoli lasciò quasi per loro patrimonio la sua pace, Jo. XIV. 27., il quale finalmente è autore, e principio di quella pace di Dio, che ogni sentimento sorpassa, la quale regna nei cuori, e nelle coscienze de’ suoi veri figliuoli. Vedi Philip. IV. 7.

7 Multiplicabitur eius imperium, et pacis non erit finis: super solium David, et super regnum eius sedebit: ut confirmet illud, et corroboret in iudicio et iustitia, amodo et usque in sempiternum: zelus Domini exercituum faciet hoc. 7 L’impero di lui sarà amplificato, e la pace non avrà fine: ei sederà sul trono di David, e avrà il regno di lui, per assodarlo, e corroborarlo rendendo ragione, e facendo giustizia da ora in poi, e sino in sempiterno. Lo zelo del Signor degli eserciti farà tal cosa.

Ver. 7. L’impero di lui sarà amplificato. Un altro Profeta avea già detto, che il suo dominio sarebbe stato da un mare all’altro, e dal fiume sino agli ultimi confini del mondo, Ps. 71.
E la pace non avrà fine. La pace spirituale, procurata agli uomini da Cristo, durerà e sarà stabile come è stabile ed eterno il regno di lui. Questa pace non è esente dalle afflizioni, e dalle tentazioni, colle quali prova Dio la fede de’ giusti, ma ne’ combattimenti medesimi ella si conferma, e si assoda mediante colui, che dà al giusto la vittoria per Gesù Cristo, come dice l’Apostolo.
Sederà sul trono di David, e avrà il regno di lui per assodarlo, ec. Davidde, e il regno temporale di Davidde furon figura del Cristo, e del regno spirituale del Cristo, il quale secondo la carne fu figliuolo di Davidde. Allo stesso Davidde poi fu promesso da Dio, che questo suo figliuolo regnerebbe sopra lo spirituale Israele, che è la Chiesa non più ristretta ad un solo popolo, ma composta di tutte le genti date in retaggio dal Padre al Messia. Ps. II
Lo zelo del Signore degli eserciti farà tal cosa. Conclude il Profeta tutto quello che ha detto del suo e nostro Emmanuele con questo bello epifonema, come se dicesse. Tanto è grande l’amore di Dio verso degli uomini, tanto è grande lo zelo, che egli ha del loro bene e della loro salute, che darà ad essi per loro re questo figliuolo diletto.



Psallendum

Sl 2:7-8

7 Dominus dixit ad me: Filius meus es tu, ego hodie genui te. 7 Il Signore disse a me: Tu se’ mio figliuolo; io oggi ti ho generato.

Ver. 7. Tu se’ mio figliuolo; io oggi ti ho generato. Queste parole sono citate per ben cinque volte nel Nuovo Testamento, e questo solo bastar potrebbe per dimostrare, che per confessione della stessa sinagoga, non d’altri che del Messia vero figliuolo di Dio possono intendersi le medesime parole. Osservò l’Apostolo, che a nissuno degli Angeli (molto più a nissuno degli uomini) fu detto giammai: Tu sei mio figliuolo, oggi io ti ho generato, Heb. I. 6.; perocchè quantunque gli angeli sieno qualche volta detti figliuoli di Dio, non sono però, ne si chiamano figliuoli di Dio per generazione. La parola oggi dinota la perseverante eterna generazione; il preterito ti ho generato, dimostra la generazione sempre consumata e perfetta, benchè sempre nuova.

[V:] 8 Postula [Pete] a me, et dabo tibi Gentes hereditatem tuam, et possessionem tuam terminos terrae. [V:] 8 Chiedimi, e io ti darò in tuo retaggio le genti, e io tuo dominio gli ultimi confini del mondo.

Ver. 8. Ti darò in tuo retaggio le genti. A questo Figliuolo costituito Re e Sacerdote, a questo Figliuolo fatto uomo per la salute dell’uomo, promette il Padre l’impero di tutte le genti riunite sotto questo capo divino in una sola Chiesa, in un sol culto.

[R:] 7c Ego hodie genui te. [R:] 7c Io oggi ti ho generato.



Apostolo

Ebrei 1:1-12

1 Multifariam, multisque modis olim Deus loquens patribus in Prophetis: 1 Iddio, che molte volte, ed in molte guise parlò un tempo a’ padri per i profeti: ultimamente,
2 novissime, diebus istis locutus est nobis in Filio, quem constituit heredem universorum, per quem fecit et saecula: 2 In questi giorni ha parlato a noi pel Figliuolo, cui egli costituì erede di tutte quante le cose, per cui creò anche i secoli:

Ver. 1-2. Iddio, che molte volte, ed in molte guise parlò un tempo a’ padri per li profeti: ec. Questo esordio dell’Apostolo è molto adattato al grande argomento di questa lettera, cui non promette egli il suo nome, affinchè gli Ebrei, a’ quali non era molto accetto, riguardasser piuttosto alla verità delle cose, che alla persona dello scrittore di esse. Ne’ primi quattro versetti di questo capitolo si ha come un compendio di tutta la materia: Dio volendo istruire il mondo intorno alla economia della salute degli uomini, parlò per bocca dei suoi profeti, primo, molte volte, perchè non tutti a un tempo, nè tutti ad un solo Profeta furono così chiaramente disvelati i misteri del Salvatore; così a Isaia il parto della vergine, e la passione dell’Uomo Dio; a Daniele il tempo, in cui sarebbe comparso il Cristo; a Malachia la venuta del precursore ec.; in secondo luogo parlò per essi profeti in varie guise, ora con manifeste parole, ora con tipi, e figure, talvolta con visioni, talvolta con apparizioni sensibili. In tutte queste maniere (dice Paolo) parlò Dio un tempo, vale a dire, da’ Patriarchi, e da Mosè fino a Malachia, ai padri nostri per mezzo de’ Profeti; ma ultimamente in questi giorni ha parlato a noi non più per mezzo d’uomini mortali, ma per lo stesso naturale suo Figliuolo. Lo stesso Dio adunque secondo questa dottrina è autore della vecchia e della nuova alleanza, e delle Scritture del vecchio e del nuovo testamento: onde la religione insegnata da Cristo risale fino al cominciamento del mondo, e ha a suo avore la testimonianza di tutti i secoli precedenti.
I Giudei secondo la condizione del loro stato ebbero per maestri i Profeti, i quali a nome di Dio parlavano, e la volontà e i misteri di lui annunziavano agli uomini in virtù della missione ricevuta dal medesimo Dio, Eglino però non erano se non servi del padre di famiglia, e operai spediti in differenti tempi a coltivare la vigna della quale non eran essi i padroni. Il popolo cristiano ha per suo maestro il Figliuolo di Dio, il quale è venuto a visitare la sua eredità, il padrone stesso della vigna, il Signore di tutti gli uomini disceso dal cielo per istruir gli e salvargli. Conosca adunque questo popolo la sua felicità, e l’altezza di sua condizione, e a Dio ne renda perenni grazie.
Cui egli costitui erede di tutte quante le cose. Questi, in quanto è Figliuolo di Dio naturale, è ancora erede naturale del Padre, e ha insieme con lui lo stesso dominio, la stessa potenza, come ha la stessa sostanza; in quanto poi egli è uomo, è stato costituito dal Padre erede, cioè Signore e capo e padre di tutti gli uomini, e ha da lui ricevuto un’ampia, ed assoluta potestà e in cielo, e in terra, Matth. XXVIII. 18., onde egli sia sovrano signore di tutte le cose create, e di tutti gli angeli, e di tutti gli uomini, e non solo degli Ebrei, ma ancora di tutte le genti, delle quali tutte sarà composto il suo regno. Così alla promessa fatta nel vecchio testamento ai padri di una eredità terrena, e molto ristretta, contrappone l’Apostolo le magnifiche promesse fatte a Cristo dal Padre di un regno universale, spirituale, ed eterno nel salmo II. 8. Chiedi a me, ed io ti darò in tuo retaggio le genti, e in tuo dominio l’ampiezza della terra.
Per cui creò anche i secoli. Con la voce secoli, sono intesi tutti i tempi, e tutte le cose che sono comprese in tutti i tempi, vale a dire, tutte le cose create. Nelle precedenti parole Cristo è considerato come uomo; in queste, come Dio: per lui furon fatte tutte le cose, e senza di lui nulla fu fatto di quel che fu fatto, Joan. I. 2. 3.
Il Verbo, la Sapienza increata fu l’idea, e l’esemplare, secondo il quale furono create tutte le cose, di tal maniera però, che una stessa è la potenza, e la operazione del Padre creatore, e del Figliuolo, per cui ogni cosa fu fatta; imperocchè tutto quello, che fa il Padre lo fa anche il Figliuolo, Joann. VI.

3 qui cum sit splendor gloriae, et figura substantiae eius, portansque omnia verbo virtutis suae, purgationem peccatorum faciens, sedet ad dexteram maiestatis in excelsis: 3 Il quale essendo lo splender della gloria, e figura della sostanza di lui, e le cose tutte sostentando con la possente parola sua, fatta la purgazione de’ peccati, siede alla destra della maestà nelle altezze:

Ver. 3. Essendo lo splendor della gloria, e figura della sostanza di lui, e le cose tutte sostentando con la possente parola sua, ec. Tre idiomi, o sia proprietà sono qui attribuite al Figliuolo di Dio. In primo luogo egli è splendore della gloria del Padre, nella qual similitudine si paragona il Padre al sole, il Figliuolo al raggio, e alla luce, la quale dal sole, deriva; onde dello stesso Figliuolo canta la Chiesa nel simbolo Niceno, lume di lume, lume sostanziale, e perciò Dio di Dio, come si ha nello stesso simbolo. Imperocchè la gloria, la maestà, la divinità tutta del Padre risplende, e sfavilla nel Figlio, cui il Padre nella generazione eterna tutto comunica l’esser suo.
In secondo luogo egli è figura della sostanza del Padre, cioè immagine, impronta, ma sostanziale, e permanente del Padre; con la qual similitudine esprimesi e l’identità di natura del Figliuolo col Padre, e la distinzione della persona del Padre da quella del Figlio, nel qual Figlio l’essenza del Padre è impressa. Nella impronta fatta sulla cera si rappresenta l’immagine, che nel sigillo è scolpita; ma siccome il sigillo, e l’impronta sono senza dubbio differenti in sostanza dalla cosa, che portasi scolpita, perciò l’Apostolo non disse solamente figura del Padre, o sia carattere del Padre, ma figura, e carattere della sostanza del Padre, col quale egli ha uno stesso essere, ed una stessa natura.
In terzo luogo egli è conservatore di tutte le cose, le quali colla parola di sua potenza, vale a dire, col suo onnipotente comando egli sostenta. Portare nelle Scritture vuol dire sovente conservare, governare, reggere; e questo al Verbo del Padre conviensi, il quale e creò tutte le cose, e tutte con la efficace, ed onnipotente operazione sua le conserva, perchè non ritornino nel loro niente, e al fine le indirizza, per cui furon fatte. Tre verità adunque sono qui stabilite da Paolo; primo, il Figliuolo di Dio è coeterno al Padre; imperocchè lo splendore della gloria è eterno, come la stessa gloria, siccome il raggio è coetaneo (per dir così) al sole, da cui si parte: in secondo luogo egli è consustanziale al Padre, come abbiamo già detto; terzo finalmente, egli ha ugual potenza col Padre.
Fatta la purgazione dei peccati, siede alla destra ec. Due uffici di Cristo sono stati accennati di sopra, l’ufficio profetico nel vers. I., l’ufficio di Re, e signore nella prima parte del Vers. 2.; si tocca qui il terzo ufficio di lui, che è il sacerdotale, secondo il quale con la oblazione di se stesso purgò ed abolì i peccati del mondo, dopo di che fu innalzato dal Padre, il quale diedi il luogo di onore, e lo fece sedere alla destra della sua maestà nel sommo cielo, dove egli ha suo trono.
Osserva in questo luogo il Grisostomo l’ammirabile artificio di Paolo, il quale istruir volendo i piccoli, e introdurgli alla considerazione delle grandezze di Cristo, non tutte insieme propone loro le proprietà più sublimi di lui, ma come in una nobil pittura la sfoggiata luce colle ombre suol temperarsi; così nel ritratto, che qui si forma di Gesù Cristo, le più alte verità sono tramezzate con le nozioni inferiori, che abbiamo di lui, affinchè la soverchia luce non abbagli gli occhi di coloro, che sono ancor deboli nella fede. Così dopo averlo chiamato Figliuolo del Padre, dice che fu costituito da questo erede di tutte le cose; così dopo rappresentata la coeternità, la consustanzialità, e l’uguale potenza del Figlio col Padre, rammenta il penoso sacrificio di lui, col quale ci mondò, e lavò dai peccati nostri nel sangue suo, dopo del qual sagrificio fu innalzato dal Padre per la sua ubbidienza, Cup. II. 8. 9. ec. Ma dicendo l’Apostolo, che Cristo non solo siede nel cielo, ma siede alla destra del Padre, vuole indicare l’assoluta potestà, l’altissima dignità, e la stabilita del regno, a cui fu dal Padre innalzato, e la infinita distanza. che è tra lui, e tutti gli spiriti beati, de’ quali non mai si legge, che seggano, ma che assistono, e stanno quasi servi dinanzi al trono di Dio.

4 tanto melior Angelis effectus, quanto differentius prae illis nomen hereditavit. 4 Fatto di tanto superiore agli Angeli, quanto più eccellente nome, che quegli, ebbe in retaggio.

Ver. 4. Fatto di tanto superiore agli Angeli, quanto ec. Si amplifica il precedente ragionamento, e dalla qualità di Figliuolo, la quale è in Cristo, si deduce la maggioranza di lui sopra tutti gli Angeli. La voce fatto lega con la voce superiore, onde non significa, che il Figliuolo sia stato fatto o creato, il che secondo la natura divina non può dirsi senza errore, ma significa, che egli fu fatto superiore, o maggiore, ovvero, fu preferito agli Angeli, e tanto a questi fu preferito, quanto più grande è il nome di figlio, che quello di servo, e di ministro. Può anche la voce fatto spiegarsi per dichiarato, dimostrato, come in altri luoghi della Scrittura, Joan. XV. 8. Rom. III. 4., ma ritenendo il primo significato, vuol dir l’Apostolo, come nota s. Tommaso, che per l’unione della natura divina all’umana Cristo è superiore agli Angeli, e che egli si chiama, ed è Figliuolo di Dio. E molto esattamente, e con gran riflessione dice Paolo, che questo nome lo ebbe Cristo in retaggio per significare, come proprio di lui è lo stesso nome, e a lui per ogni ragione è dovuto, ed essenzialmente gli si compete per sua origine, e non in quella maniera, secondo la quale gli Angeli, e gli uomini forse talvolta son chiamati figliuoli di Dio, vale a dire, per grazia, non per natura, Job, XXXVIII. 7.

5 Cui enim dixit aliquando Angelorum: Filius meus es tu, ego hodie genui te? Et rursum: Ego ero illi in patrem, et ipse erit mihi in filium? 5 Imperocché a qual mai degli Angeli disse: mio figliuolo se tu, oggi io ti ho generato? E di nuovo: io sarogli padre, ed ei sarammi figliuolo?

Ver. 5. Mio figliuolo se’ tu, oggi io ti ho generato. Rende ragione di quello che aveva detto nel precedente versetto, adducendo le parole del salmo II., il qual salmo giusta la testimonianza di un celebre Rabbino degli ultimi tempi (R. Salomon ) fu applicato già al Messia da tutti gli antichi Maestri del giudaismo. Queste parole secondo s. Agostino, e molti altri Padri riguardano la generazione eterna, e permanente del Verbo. Vedi gli Atti cap. XIII. 33. Quantunque gli Angeli siano qualche volta chiamati figliuoli di Dio, non sono però, nè si chiamano figliuoli per generazione.
Io sarogli padre, ed ei sarammi figliuolo? Salomone, di cui furono dette da Dio queste parole, era una figura del Messia, e al Messia furono elle applicate anche dai Rabbini nel senso allegorico, il qual senso fu inteso principalmente dallo Spirito Santo, da cui furon dettate.

6 Et cum iterum introducit primogenitum in orbem terrae, dicit: Et adorent eum omnes Angeli Dei. 6 E di nuovo, allorché introduce il Primogenito nel mondo, egli dice: e lo adorino tutti gli Angeli di Dio.

Ver. 6. Allorchè introduce il Primogenito nel mondo, egli dice: e lo adorino ec. ne’ due luoghi del vecchio testa mento citati di sopra da Paolo si parla del Verbo, che dovea esser introdotto nel mondo, e ciò vuole egli significare soggiungendo adesso, che in un altro luogo, cioè allora quando la Scrittura parla di questo Primogenito come già introdotto nel mondo nella sua incarnazione, ella ordina a tutti gli Angeli di Dio, che come loro signore lo adorino. Col titolo di Primogenito si nota la dignità, e preminenza di Cristo, il quale è primogenito tra molti fratelli, a’ quali è infinitamente superiore e di età, perchè eterno, e di dignità, perchè è figliuolo naturale, quando gli altri non sono figliuoli se non per grazia e per adozione.
Questa introduzione di Cristo nel mondo dalla maggior parte de’ moderni interpreti è intesa di quella, che comunemente si chiama seconda venuta di Cristo a giudicare i vivi e i morti; ma assai comunemente i Padri, e con essi s. Tommaso ciò intendono della prima venuta, e della incarnazione di Cristo festeggiata, e celebrata dagli Angeli, i quali con inni di gloria accompagnarono il suo nascimento, e il primo ingresso nel mondo, Luc. II. II. Il salmo XCVI., da cui sono prese quelle parole, e lo adorino tutti gli Angeli di Dio, in buona parte almeno alla prima venuta appartiene, mentre in esso tralle altre cose si esortano e i Giudei, e i Gentili ad abbracciare la salute recata loro da Cristo, e ad esultare per tal ragione, e si domanda l’abolizione del culto idolatrico, e si esortano coloro, che amano Dio, a vivere santamente, e a questi promettesi la liberazione da’ loro oppressori; nelle quali cose si veggono come tante note caratteristiche della prima venuta. Non sussiste adunque una delle primarie ragioni, per cui molti moderni hanno voluto applicar questo luogo alla seconda. La trasposizione poi della voce iterum, di nuovo, nel greco, e nel latino, la quale ha forse in origine dato luogo essa sola a tal sentimento, nulla ha d’inusitato, ed anzi in questo luogo sembra, che abbia qualche eleganza, perchè nel versetto precedente quell’avverbio era posto in principio, qui poi in altro sito.
Di questo luogo del salmo XCVI. ha citato l’Apostolo l’esatto senso, non le precise parole secondo i LXX., le quali sono queste: Adoratelo (voi ) tutti Angeli di lui; cioè di Dio. Ed è ancora da notarsi, come non solo agli Angeli, ma a tutti anche gli uomini si stende questo comando, come dallo stesso salmo apparisce; ma all’intento dell’Apostolo bastava di dimostrare quello che era stato scritto degli Angeli, ed è evidente, che quello, che facesser creature più nobili, era dovuto a Cristo con più forte ragione dalle inferiori.

7 Et ad Angelos quidem dicit: Qui facit Angelos suos spiritus, et ministros suos flammam ignis. 7 Quanto poi agli Angeli, dice: egli, che i suoi Angeli fa spiriti, e i ministri suoi fiamma di fuoco.

Ver. 7. Quanto poi agli Angeli, dice: ec. Per sempre più stabilire la preeminenza di Cristo sopra degli Angeli viene adesso a dimostrare, come questi quantunque sopra le altre creature innalzati per la condizione di lor natura, sono però creature anch’essi, e servi, e ministri dello stesso Signore. Le parole del salmo CIII. riferite da Paolo si ordinano, e si spiegano in questa guisa: Dio è quegli il quale coloro che ha eletti per suoi nunzi e ministri, gli ha fatti spiriti, cioè sostanze spirituali ed immateriali (ovvero gli ha fatti veloci come i venti ) e come ardenti fiammelle, vale a dire, splendenti pella cognizione della verità, e ardenti per la carità. I Giudei avevano un’altissima idea della natura e della perfezione degli Angeli, e questa idea trasportò talora i medesimi Ebrei a rendere a quelli un culto superstizioso e a preferire la lor mediazione alla mediazione di Cristo, come si è veduto Col. II. 18. Quindi è, che l’Apostolo accuratamente descrive quello, che siano questi Angeli, e come e quanto inferiori a Gesù Cristo vero Dio, e nostro vero, ed unico mediatore.

8 Ad filium autem: Thronus tuus Deus in saeculum saeculi: virga aequitatis, virga regni tui. 8 Al Figliuolo poi (dice:) il tuo trono, o Dio, pel secolo del secolo: scettro di equità, lo scetro del tuo regno.
9 Dilexisti iustitiam, et odisti iniquitatem: propterea unxit te Deus, Deus tuus oleo exultationis prae participibus tuis. 9 Hai amato la giustizia, ed hai avuta in odio l’iniquità: per questo ti ha unto Dio, il tuo Dio, con olio di esultazione sopra de’ tuoi consorti.

Ver. 8-9. Il tuo trono, o Dio, pel secolo del secolo: ec. Il salmo XLIII., da cui sono presi questi due versetti, per confessione degli antichi Ebrei del Cristo parla, e de’ misteri di lui è ripieno; e se egli è un epitalamio, non di altro sposalizio si debbe esporre, che di quello di Cristo con la sua Chiesa: il tuo regno, o Cristo, che sei vero Dio, è eterno. I moderni Ebrei, per togliere questo salmo, al Messia, e darlo a Salomone, sono costretti non solo a ripudiare tutta la tradizione della Sinagoga, ma di più a stravolgere le espressioni più chiare ed evidenti; come trall’altre ben vedendo, che a Salomone non pote va convenire quello che dicesi nelle citate parole, perchè nè egli si sognò mai di essere Dio, nè eterno fu il regno di lui, hanno in primo luogo con inaudita temerità capivoltate le stesse parole, affinchè dicano: Dio è il tuo trono perpetuo; e affin di trovare un regno sì fatto per Salomone, al regno di lui uniscono quello di tutti i suoi successori, i quali per la maggior parte furono ingiusti e peccatori ancor più di lui, e non hanno tutti insieme una durazione da paragonarsi all’eternità. Ma per confutar tali stravaganze non vi vuol altro che riferirle, e non è inutile il far vedere talora, fino a quali deliri in una materia, che è di tanta importanza per l’uomo, precipiti lo spirito umano, cominciato ch’egli abbia a chiudere una volta gli occhi alla verità, e a sostituire i propri pregiudizi alle regole della fede. Il regno di Cristo è eterno, e non avrà fine, Luc. 1. 33., perchè non è regno di questo mondo, Jo. XVIII. 36.
Scettro di equità, lo scettro ec. Tu reggi e governi le genti con rettitudine e giustizia, prescrivendo ad esse tutto quello, che è giusto ed onesto, rimuneri i giusti, punisci i peccatori, perchè tu hai in abbominazione l’iniquità, ed ami la giustizia; e con queste parole descrivesi l’ufficio di un buono e giusto principe.
Per questo ti ha unto Dio, il tuo Dio, ec. Il greco può tradursi: ti ha unto, o Dio, il tuo Dio; perchè non solo gli Ebrei, ma talora anche i greci del nominativo si servono in vece del vocativo, come nel versetto precedente. Il testo greco di Aquila ha il vocativo, e sembra, che così pur si leggesse nei LXX. a’ tempi di s. Agostino, mentre egli dice: nel latino si crede, che sia ripetuto lo stesso caso (il nominativo); ma nel greco è evidentissima la distinzione: o tu Dio, ti unse Iddio ec. Nella stessa guisa hanno letto generalmente gli antichi Interpreti, Euseb. De monstr. CL. I. 4. 15., s. Girol. ad Princip., e anche gli Ebrei.
Per questo, come osserva s. Agostino, e s. Tommaso, indica in questo luogo la causa finale. A questo fine, e perchè tu avessi un regno eterno, lo scettro di equità, e amassi la giustizia, e odiassi l’iniquità, per questo, o Dio, il tuo Dio ti unse con unguento di esultazione, come si costumava di fare ai regi ed ai sacerdoti. Dice adunque a Cristo il Profeta, che egli, che è Dio come il Padre, è stato unto in quanto uomo da suo Padre Dio, come re e sacerdote con unguento prezioso e divino, il quale colla sua fragranza ricrea e conforta, e di spirituale letizia riempie i cuori. Quest’unguento significa l’abbondanza di tutte le grazie, e de’ doni dello Spirito Santo, de’ quali fu Cristo ripieno fin dalla sua concezione infinitamente più, che tutti i santi e figliuoli di Dio, i quali alla stessa unzione hanno parte, e i quali tutti della pienezza di lui hanno ricevuto, Jo. I. 16. Vedi Atti X. 38. Si chiamano consorti di Cristo i fedeli, perchè al regno, e al sacerdozio di lui hanno parte; onde ad essi dice l’Apostolo Pietro: voi stirpe eletta, sacerdozio regale, 1. Pet. II. 20., ed unti si chiamano da Dio, e dal santo. 2. Cor. I. 21.; 1. Jo. 2. 20. S. Girolamo per quest’olio di esultazione intese non la pienezza de’ doni dello Spirito Santo, ma l’altissima gloria, alla quale fu innalzato Cristo nella sua risurrezione, quasi dir volesse il Profeta, e con esso l’Apostolo: tu, o Cristo, hai meritato di essere ammantato di gloria dal Padre Dio, hai meritato di essere e riconosciuto, e adorato come Salvatore di tutti i popoli, e Re delle nazioni, perchè hai amato la giustizia, e per soddisfare alla giustizia divina ti se’umiliato, fatto ubbidiente fino alla morte di croce, sulla qual croce hai distrutto il peccato.

10 Et: Tu in principio Domine terram fundasti: et opera manuum tuarum sunt caeli. 10 E: tu, Signore, in principio gettasti i fondamenti della terra: e opere delle mani tue sono i cieli.
11 Ipsi peribunt, tu autem permanebis, et omnes ut vestimentum veterascent: 11 Questi periranno, ma tu durerai e tutti invecchieranno, come un vestito:
12 et velut amictum mutabis eos, et mutabuntur: tu autem idem ipse es, et anni tui non deficient. 12 E quasi veste gli rivolterai, e saran rivoltati: ma tu se’ l’istessissimo, e gli anni tuoi non verranno meno.

Ver. 10-12. E: tu, Signore, in principio gettasti ec. Dopo quell’E si sottintende in altro luogo sta scritto, cioè nel salmo CII., da cui sono tratte le parole di questi tre versetti. Or questo salmo è, in gran parte almeno, una manifesta profezia di Cristo, e della sua Chiesa. In esso chiaramente si parla della vocazione delle genti, e della creazione di un nuovo popolo: temeranno le genti il tuo nome, o Signore, e tutti i Re della terra la tua gloria: si scrivano queste cose per un’altra generazione, e il popolo, che sarà creato, loderà il Signore, vers. 16. 19. Finalmente gli stessi Ebrei hanno veduto, che tali cose non potevano intendersi se non del Cristo, e della Chiesa sua sposa. Tali cose adunque dette avendo il Re profeta, passa in questi tre versetti a descrivere l’altissima dignità di colui, di cui sarà opera la formazione del nuovo popolo, e la riunione di tutte le genti, e di tutti i re della terra nel suo nuovo culto. Or ei dice, che questi è ab eterno; imperocchè sussisteva avanti il cominciamento del mondo, e da principio creò la terra, e i cieli, donde evidentemente risulta, che egli non solo è coeterno, ma anche consustanziale al Padre, a cui ordinariamente si attribuisce nelle Scritture l’opera della creazione. Quindi pone lo stesso Profeta la differenza, che v’ha tra questo Creatore, e la creatura. Egli è immutabile, e dura eternamente; la creatura è soggetta a mutazione. I cieli periranno, cioè a dire, come spiega il Grisostomo, saranno cangiati in meglio alla fine del mondo (Vedi Rom. VIII. 19, 20.) ma il Creatore de’ cieli non soffrirà mutazione. Essi invecchieranno, come invecchia un vestito per lungo uso, e come un vestito già usato si rivolta, affinchè in certa guisa ritorni nuovo; così Dio rivolterà i cieli, e secondo il volere di lui sara a rivoltati, mentre egli sarà sempre l’istesso stessissimo, e sussisterà immutabile per tutta l’eternità. Vedi Grisost.



Vangelo

Lc 2:1-20

In illo tempore: (In quel tempo:)

1 Factum est autem in diebus illis, exiit edictum a Caesare Augusto ut describeretur universus orbis. 1 Di quei giorni uscì un editto di Cesare Augusto, che si facesse il censo di tutto il mondo.

Ver. 1. Che si facesse il censo ec. Di questo censo si conservavano gli atti negli archivi di Roma ai tempi di s. Giustino, e di Tertulliano, donde fo ragione, che niuna Chiesa meglio della Romana potè sapere il dì della nascita di Gesù Cristo: per la qual cosa la tradizione Romana, per la quale fino dai primi secoli trovasi fissato il natale di Cristo ai 25 di dicembre, è da preferirsi alle diverse opinioni delle altre Chiese, le quali una volta discordavano in questo punto da Roma. Il fine di questo censo era di conoscere il numero degli abitanti, e lo stato, e i capitali di ciascuna provincia dell’impero Romano: il quale essendo allora esteso per una gran parte del mondo conosciuto, dicesi perciò, che questo censo abbracciava tutto il mondo con iperbole assai comune anche negli scrittori profani.

2 Haec descriptio prima, facta est a praeside Syriae Cyrino: 2 Questo primo censo fu fatto da Cirino preside della Siria.

Ver. 2. Questo primo censo fu fatto da Cirino ec. Notisi in primo luogo, che Cirino pronunziato alla maniera de’ Greci è Quirino alla Latina, e che questo preside, o sia prefetto della Siria egli è Publio Sulpizio Quirino mentovato da Giuseppe, da Svetonio, da Tacito, e da altri. In secondo luogo, dove nella nostra Volgata si legge comunemente, che il censo fu fatto da Cirino preside della Siria, il Greco porta, che fu fatto il censo (intendi nella Siria, sotto il qual nome comprendevasi la Giudea) essendo Cirino preside della Siria. In terzo luogo, che la maniera più plausibile di conciliare con s. Luca quegli scrittori, i quali danno in questo tempo preside alla Siria non Cirino, ma Senzio Saturnino, ella è di dire, che a Cirino fu data da Augusto la speciale incumbenza di far questo censo nella Siria, come a persona ben informata delle cose dell’Oriente, perchè egli aveva guerreggiato nella Cilicia vicina alla Siria: imperocchè la voce Greca tradotta per preside significa qualunque specie di giurisdizione anche straordinaria. In quarto luogo, questo censo dicesi il primo, perchè non mai per l’avanti erasi fatta tal cosa nella Giudea, dopo che era stata soggiogata dai Romani. Nel tempo di questo censo, essendo il mondo in piena pace, volle nascere Gesù Cristo, si perchè con tale occasione la Vergine partita da Nazarette si trasferisse a Betlemme, dove, secondo la celebre profezia di Michea, dovea nascere il Cristo, e si conoscesse, che ed ella, e il figlio erano della stirpe di David; e si affinchè descritto egli pure nella generale descrizione di tutti gli uomini e vero uomo si dimostrasse, e, soggettandosi con essi all’impero di un terreno monarca, colla sua umiliazione da una più funesta schiavitù li togliesse.

3 et ibant omnes ut profiterentur singuli in suam civitatem. 3 E andavano tutti a dare il nome ciascheduno alla sua città.

Ver. 3. Ciascheduno alla sua città. A quella città, da cui avea avuta origine ciascuna famiglia. Cosi Betlemme era patria d’Isai padre di Davidde, e ivi era nato Davidde, il quale alla medesima dette il nome; e perciò s. Giuseppe, e la Vergine andarono a Betlemme. Questa maniera di fare il censo era comodissima nella Giudea, dove era tanto diligentemente osservata la distinzione non solo delle tribù, ma anche delle famiglie; e in questo modo era stato fatto ne’ precedenti tempi il censo di questo popolo. Vedi Giuseppe Antiq. VII. I4. I Reg. XV. 20. Dando in tal guisa tutti gli Ebrei il loro nome, e professando soggezione all’imperatore di Roma venivano a confessare solennemente di aver perduto e regno e libertà; la qual cosa dovea rendergli attenti alla venuta del Messia.

4 Ascendit autem et Ioseph a Galilaea de civitate Nazareth in Iudaeam in civitatem David, quae vocatur Bethlehem: eo quod esset de domo, et familia David, 4 E andò anche Giuseppe da Nazaret città della Galilea alla città di David, chiamata Betlem nella Giudea, per essere egli della casa, e famiglia di David,
5 ut profiteretur cum Maria desponsata sibi uxore praegnante. 5 A dare il nome insieme con Maria sposata a lui in consorte, la quale era incinta.
6 Factum est autem, cum essent ibi, impleti sunt dies ut pareret. 6 E avvenne, che, mentre quivi si trovavano, giunse per lei il tempo di partorire.
7 Et peperit filium suum primogenitum, et pannis eum involvit, et reclinavit eum in praesepio: quia non erat eis locus in diversorio. 7 E partorì il figlio suo primogenito, e lo fasciò, e lo pose a giacere in una mangiatoia; perché non erari luogo per essi nell’albergo.

Ver. 7. In una mangiatoia. Che questa mangiatoia fosse in una spelonca, ci viene attestato generalmente dagli antichi Padri, Giustin. Orig. Euseb. Atanas. Ilar., ec.

8 Et pastores erant in regione eadem vigilantes, et custodientes vigilias noctis super gregem suum. 8 Ed eranvi nella stessa regione de pastori, che vegliavano, e facean di notte la ronda attorno al lor gregge.

Ver. 8. Ed eranvi nella stessa regione de’ pastori, ec. Ai pastori (quali erano i patriarchi, e massimamente Abramo, e lo stesso Davidde) era stato promesso Cristo. Ai pastori, prima, che a ogni altro, si fa egli conoscere appena nato, eleggendo Dio, come dice l’Apostolo, le ignobili cose del mondo, e le spregevoli, affinchè nissuna carne si dia vanto dinanzi a lui, I. Cor. I. 28. 29. Questi pastori non solamente furon eletti a vedere, e adorare i primi il nato Salvatore, ma ebber la gloria di annunziarlo anche ad altri, vers. 18. Egli essendo il principe de’ pastori, quel pastore per eccellenza, di cui tante cose erano state scritte particolarmente in Ezechiello, cap. 34.; quel pastore venuto a cercare la pecorella perduta, e a dare la propria vita per la salute del gregge, è immediatamente rivelato ai pastori, ne’ quali risplendeva un’immagine della sua carità, e una figura del pacifico spirituale regno, che ei dovea esercitare sopra le anime.

9 Et ecce angelus Domini stetit iuxta illos, et claritas Dei circumfulsit illos, et timuerunt timore magno. 9 Quand’ecco sopraggiunse vicino a essi l’Angelo del Signore, e uno splendore divino gli abbarbagliò, e furono presi da gran timore.

Ver. 9. E uno splendore divino gli abbarbagliò. Un antico Interprete osserva, che in tutto il vecchio testamento non mai si legge, che gli Angeli apparissero ammantati di simil luce; perchè questa era una distinzione propria, e conveniente a questo tempo, in cui era nato colui, che è luce ai cuori retti, Ps. CXI.

10 Et dixit illis angelus: Nolite timere: ecce enim evangelizo vobis gaudium magnum, quod erit omni populo: 10 E l’Angelo disse loro: Non temete: imperocché eccomi a recare a voi la nuova di una grande allegrezza, che avrà tutto il popolo:
11 quia natus est vobis hodie Salvator, qui est Christus Dominus in civitate David. 11 Perché è nato oggi a voi un Salvatore, che è il Cristo Signore, nella città di David.

Ver. 11. Un Salvatore, che è ec. Con questo nome di Salvatore, era stato promesso, e annunziato più volte il Messia, Isai. XIX. 20. Zachar. IX. 9.

12 Et hoc vobis signum: Invenietis infantem pannis involutum, et positum in praesepio. 12 Ed eccovene il segnale: troverete un bambino avvolto in fasce, giacente in una mangiatoia.

Ver. 12. Ed eccovene il segnale: ec. È credibile, che l’Angelo accennasse ai pastori anche il preciso luogo, dove Cristo era nato; ma avendolo s. Luca descritto di sopra, non lo ha ripetuto in questo luogo. Ma quanto è ammirabile il contrasto, che Dio ha voluto che fosse tralle umiliazioni del Verbo fatto uomo, e i miracoli di grandezza tutta divina, che in mezzo alle stesse umiliazioni risplendono! Nasce egli di madre povera, ma vergine; nasce in una stalla, è posto in una mangiatoia, ma tutto riempie all’intorno di luce celeste; è annunziato dall’Angelo ai pastori ma ha al suo servizio la celeste milizia, la quale lo riconosce, e lo predica per suo Dio e Signore. Questo contrasto di oscurità e di luce si osserva costantemente nei misteri del Salvatore, affinchè mani festa si renda ugualmente la volontaria bassezza, a cui discese per amor nostro, e la sovrana maestà del Verbo di Dio, splendor della gloria, e figura della sostanza del Padre.

13 Et subito facta est cum angelo multitudo militiae caelestis laudantium Deum, et dicentium: 13 E subitamente si unì coll’Angelo una schiera della celestiale milizia, che lodava Dio, dicendo:
14 Gloria in altissimis Deo, et in terra pax hominibus bonae voluntatis. 14 Gloria a Dio nel più alto de’ cieli, e pace in terra agli uomini di buon volere.

Ver. 14. Gloria a Dio ec. In Isaia cap. XLIV. 23. XLIX. 13. erano invitati i cieli, cioè i cittadini celesti, a dar gloria a Dio per questa stessa opera della possanza, sapienza, e bontà di lui; e ciò eglino fanno adesso con queste parole, le quali sono da tanti secoli nella bocca della Chiesa il principio di quel mirabile cantico, col quale ella benedice, e ringrazia il Signore nella celebrazione de’ di vini misteri.
Pace in terra. Col nome di pace intendesi nelle Scritture ogni sorta di bene: or dice l’Apostolo, che tutti i beni diede a noi Iddio, allorchè ci diede il suo Unigenito divenuto nostro fratello. Particolarmente però s’intende qui col nome di pace la riconciliazione nostra con Dio, della qual pace il mediatore fu Cristo.
Agli uomini del buon volere. Che questa lezione della Volgata sia da preferirsi alla odierna lezione Greca, sembra certissimo dalla maniera, onde è riportato questo luogo da molti antichi Padri e Greci, e Latini. Dove noi leggiamo del buon volere, il Greco ha una parola, la quale in altri luoghi si spiega dal nostro interprete Latino colla voce beneplacito, e a Dio solo suol riferirsi, e significa il buon volere di Dio verso degli uomini. Dice adunque pace in terra agli uomini del buon volere, pe’ quali cioè ha il Signore buona, e propensa volontà; e con ciò s’intende i predestinati, i quali soli fanno acquisto della pace por tata da Cristo a tutti gli uomini. Vedi s. Iren. l. 3. II. E come notò il Maldonato, s’insegna qui, che non pel merito degli uomini, ma per la sola misericordia, e liberalità di Dio è stabilita questa pace.

15 Et factum est, ut discesserunt ab eis Angeli in caelum: pastores loquebantur ad invicem: Transeamus usque Bethlehem, et videamus hoc verbum, quod factum est, quod Dominus ostendit nobis. 15 E dopo che gli Angeli si furono ritirati da loro verso il cielo, i pastori presero a dire tra di loro: Andiamo sino a Betlemme a vedere quello, che è ivi accaduto, come il Signore ci ha manifestato.
16 Et venerunt festinantes: et invenerunt Mariam, et Ioseph, et infantem positum in praesepio. 16 E andarono con prestezza: e trovarono Maria, e Giuseppe, e il Bambino giacente nella mangiatoia.
17 Videntes autem cognoverunt de verbo, quod dictum erat illis de puero hoc. 17 E vedutolo, intesero quanto era stato detto loro di quel Bambino.
18 Et omnes, qui audierunt, mirati sunt: et de his, quae dicta erant a pastoribus ad ipsos. 18 E tutti quelli, che ne sentirono parlare, restarono maravigliati delle cose, che erano state riferite loro dai pastori.

Ver. 18. Restarono maravigliati ec. La semplicità de’ pastori toglieva ogni sospetto di finzione, e di falsità, come osservò s. Ambrogio.

19 Maria autem conservabat omnia verba haec, conferens in corde suo. 19 Maria però di tutte queste cose facea conserva, paragonandole in cuor suo.

Ver. 19. Facea conserva, paragonandole ec. Paragonava tutto quel che vedeva, e udiva con quello, che era scritto in Mosè, e ne’ profeti, nutrendo la sua fede, e la sua gratitudine verso Dio, al quale era piaciuto, che in cose sì grandi toccasse a lei ad aver sì gran parte; ma con tentandosi di adorare in silenzio le opere di Dio, conservando in mezzo a tante grandezze la modestia, e l’umiltà, che tanto convengono a una vergine.

20 Et reversi sunt pastores glorificantes, et laudantes Deum in omnibus, quae audierant, et viderant sicut dictum est ad illos. 20 E i pastori se ne ritornarono glorificando, e lodando Dio per tutto quello, che udito avevano, e veduto, conforme era stato ad essi predetto.



Laudes

Sl 110:9

[Alleluia.]
[V:] 9 Redemptionem misit [Dominus] populo suo: mandavit in aeternum testamentum suum. Sanctum, et terribile nomen eius:
[R:] [Alleluia.]
[Alleluia.]
[V:] 9 Ha mandata la redenzione al suo popolo: ha stabilito per l’eternità il suo testamento. Santo, e terribile il nome di lui:
[R:] [Alleluia.]

Ver. 9. Ha mandata la redenzione al suo popolo. Ha mandato al suo popolo il Redentore, che lo riscatterà dalla servitù del peccato e dell’inferno. La nuova alleanza, che Dio stabilirà cogli uomini per mezzo di questo Salvatore, e alleanza eterna, ed a cui null’altro succederà.
Santo e terribile il nome di lui. ec. Dimostra per qual modo il fedele può star fermo nell’alleanza, e giungere all’acquisto delle promesse. Il nome del Signore è santo, venerabile, terribile: quindi è, che il temerlo, il rispettarlo, il guardarsi attentamente da tutto quello, che può offenderlo, questo è il principio della vera sapienza dello spirito, questo e l’introduzione alla sapienza Evangelica. Vedi Deuter. VI. 14. X. 12.



Sacrificium

Is 9:6-7,2

6a PARVULUS enim NATUS est nobis, et filius datus est nobis, et factus est principatus super humerum eius: et vocabitur nomen eius, Admirabilis, consiliarius, Deus, fortis, pater futuri saeculi, princeps pacis. 6a Conciossiachè un pargoletto è nato a noi, e il figlio è dato a noi, ed ha sopra gli omeri suoi il principato, ed ei si chiamerà per nome l’Ammirabile, il Consigliere, Dio, il Forte, il Padre del secolo futuro, il Principe di pace.
[V:] 7a Multiplicabitur eius imperium, [Potestatis] et pacis non erit finis: [sedebit] super solium [thronum] David, et super regnum eius sedebit: ut confirmet illud, et corroboret in iudicio et iustitia, amodo et usque in sempiternum: zelus Domini exercituum faciet hoc.
[R:] [Alleluia, alleluia.]
[V:] 7a L’impero di lui sarà amplificato, [La potenza] e la pace non avrà fine: ei sederà sul trono di David, e avrà il regno di lui, per assodarlo, e corroborarlo rendendo ragione, e facendo giustizia da ora in poi, e sino in sempiterno. Lo zelo del Signor degli eserciti farà tal cosa.
[R:] [Alleluia, alleluia.]
[V:] 2 [Gentium] Populus, qui ambulabat [sedens] in tenebris, vidit lucem magnam: habitantibus [qui sedebant] in regione umbrae mortis, lux orta [lumen ortum] est eis.
[R:] [Alleluia, alleluia.]
2 Il popolo, che camminava [sedeva] tralle tenebre, vide una gran luce: la luce [un lume] si levò per quegli, che abitavano [sedevano] nella oscura region di morte.
[R:] [Alleluia, alleluia.]

Ver. 6-7,2. [cf. Profezia]



Cantus ad pacem

1 Giov 4:8-9

8b Qui non diligit, non novit Deum: quoniam Deus charitas est [Deus]. 8b Chi non ama, non ha conosciuto Dio: dappoiché Dio è carità.

Ver. 8. Chi non ama, non ha conosciuto Dio: dappoichè ec. Chi non ama il suo prossimo, fa vedere, che non conosce Dio perchè Dio è carità; onde chi si allontana dalla carità, da Dio stesso si allontana. Commenda altamente s. Agostino questa bellissima sentenza di s. Giovanni, nella quale a gran ragione dice egli, che si contiene tutto quello che di più grande potea dirsi in onore, e commendazione della carità: se nulla in laude della carità si dicesse in questa lettera, se nulla intatte le altre scritture, e questa sola voce udissimo dallo Spirito di Dio, che Dio è carità, voi da queste verreste subito in cognizione, che il far contro alla carità è lo stesso, che far contro a Dio. Nissano pertanto dica: io pecco contro di un uomo, se non amo il fratello… come non pecchi tu contro Dio, quando pecchi contro la carità, se Dio è carità?

9 In hoc apparuit [et ex hoc manifestata est] charitas Dei in nobis, quoniam [quia] Filium suum unigenitum misit Deus in mundum, ut vivamus per eum. 9 Da questo si rendette manifesta la carità di Dio verso di noi, perché mandò Dio il suo [Figlio] Unigenito al mondo, affinché per lui abbiamo vita.

Ver. 9. Da questo si rendette manifesta la carità di Dio ec. Vedi Jo. 111. 19.

Giov 13:34

[V:] 34ab Mandatum novum [mandatum] do vobis: Ut diligatis invicem, sicut dilexi vos, ut et vos diligatis invicem. [V:] 34ac Un nuovo comandamento do a voi, che vi amiate l’un l’altro, che vi amiate anche voi l’un l’altro, come io vi ho amati.

Ver. 34. Un nuovo comandamento. Chiama nuovo il comandamento della mutua carità, o perchè quasi scancellato già da’ cuori degli uomini; onde facea di mestieri di rinnovarlo, o piuttosto nuovo per la premura, con la quale Cristo lo raccomanda, nuovo pel carattere specialissimo, che gli aggiugne di essere distintivo de’ suoi veri discepoli, nuovo finalmente per l’altezza della perfezione, alla quale lo sublimò, dando per regola del fratellevole amore, l’amore stesso, che egli ha portato a noi. Cosi ci amiamo (diceva Minuzio a’ Gentili) scambievolmente, e questo vi dà nell’occhio; imperocchè non sappiamo che sia odiare; cosi (e questo vi fa invidia) ci chiamiamo fratelli, come tutti figliuoli di un solo Padre Iddio, come consorti della fede, coeredi della stessa speranza.

1 Giov 4:9

[R:] 9b [Quia] Filium suum misit in mundum, ut vivamus per eum. [R:] 9b Perché mandò il suo [Figlio] al mondo, affinché per lui abbiamo vita.

Giov 15:7

[V:] 7 Si manseritis in me, et verba mea in vobis manserint: quodcumque volueritis petetis [Patrem in nomine meo petite], et fiet vobis. [V:] 7 Se vi terrete in me, e farete in voi conserva di mie parole, qualunque cosa vorrete, la chiederete [al Padre in mio nome], e vi sarà concessa.

1 Giov 4:9

[R:] 9b [Quia] Filium suum misit in mundum, ut vivamus per eum. [R:] 9b Perché mandò il suo [Figlio] al mondo, affinché per lui abbiamo vita.