Natale del Signore – Messa nel giorno (Ambrosiano)

Lettura

Is 9:1-7

1 Primamente fu meno afflitta la terra di Zàbulon, e la terra di Nephthali, e dipoi fu gravemente percossa la via al mare, la Galilea delle nazioni di là dal Giordano. 2 Il popolo, che camminava tralle tenebre, vide una gran luce: la luce si levò per quegli, che abitavano nella oscura region di morte.

Ver. 1-2. Primamente fu meno afflitta la terra di Zabulon, ec. S. Girolamo riferisce, che gli Ebrei, i quali aveano abbracciata la fede di Cristo, in tal guisa esponevano questo luogo. Prima furono soggiogate, e menate in ischiavitudine le due tribù di Zabulon e di Nephthali, e dipoi la Galilea fu lasciata deserta, e le altre tribù, che abitavano oltre il Giordano nella Samaria, andarono schiave: quindi quel paese, di cui il popolo fu prima condotto a servire a’ Babilonesi, questo paese ingombrato dalle tenebre dell’errore, fu il primo a vedere la luce grande della dottrina e de’ miracoli di Cristo, e da questo paese si propagò a tutte le genti la semenza dell’Evangelio. Questa sposizione ottimamente si adatta all’applicazione fatta da s. Matteo di questa medesima profezia, Matt. IV. 13. In que’ paesi predicò lungamente Cristo, e indi scelse i suoi Apostoli, com’è notissimo dall’Evangelio. Ma per finir di illustrare la lettera di questi due versetti notisi come il Profeta dice, che primieramente saranno affllitte, saccheggiate, e menate via le due tribù di Zabulon e di Nephthali, ma elle saranno trattate meno male, che i paesi, che conducono al mare, ovvero, che son sulla costa del mare di Tiberiade, e la Galilea delle nazioni. Verso il mare di Tiberiade abitavano le tribù di Ruben, di Gad, e mezza la tribù di Manasse, e la Galilea delle genti era anch’essa di là dal Giordano.

3 Tu hai innalzata la nazione, ma non hai accresciuta la letizia. Si allegreranno dinanzi a te come quegli, che si rallegrano della messe, come esultano i vincitori fatti padroni della preda, allorché dividon le spoglie.

Ver. 3. Tu hai innalzata la nazione, ma non hai accresciuta la letizia. Nelle Scritture la voce molto è usata per la voce grande, e moltiplicare per magnificare Cosi abbiamo tradotto hai innalzata, dove la nostra Volgata dice letteralmente, hai moltiplicata. Tu, o Signore, hai grandemente innalzata la nazione e il paese de’ Galilei colla tua predicazione, co’ tuoi miracoli, e particolarmente col trarne i tuoi Apostoli, ma non grande a proporzione è stata la consolazione e il frutto de’ tuoi benefizi; perocchè molto maggiore sarà il numero di que’, che non crederanno, che de’ fedeli; e lo stesso avverrà riguardo al popolo di Giuda. Quindi le doglianze di Cristo: guai a te, o Bethsaida, perchè se in Tiro e in Sidone fossero stati fatti i miracoli, che sono stati fatti presso di te, avrebbon fatta penitenza nella cenere e nel cilizio, Matth. XI. 21.
Si allegreranno dinanzi a te ec. Ma la letizia degli uomini convertiti alla tua fede, o Cristo, sarà stragrande; e sarà paragonabile a quella del contadino quando vede assicurata la sua copiosa raccolta; e come rallegrasi un esercito vincitore quando dopo la vittoria si spartisce la preda.

4 Imperocché il giogo oneroso di lui, e la verga infesta a’ suoi omeri, e il bastone del suo esattore tu gli superasti, come nella giornata di Madian.

Ver. 4. Il giogo oneroso di lui, e la verga ec. La voce eius del Latino si riferisce al popolo del versetto 2., ovvero alla nazione del versetto precedente. Sarà grande la letizia de’ nuovi credenti, perchè da te, o Cristo, si vedran liberati da pesantissimo giogo, dalla verga crudele, onde erano percossi e abbattuti, e dal bastone del comando di un esattore spietato; e la tua vittoria sarà simile a quella, che riportò Gedeone nella famosa giornata contro de’ Madianiti. Così è descritta dal nostro Profeta sotto la immagine di dura schiavitù temporale, la spirituale servitù degli uomini sotto il giogo del diavolo e del peccato: servitù, nella quale giacevano miseramente oppressi prima della venuta del celeste loro liberatore. Paragona la vittoria di Cristo a quella di Gedeone, perchè questi fu insigne figura del medesimo Cristo, e siccome Gedeone distrusse l’altare di Baal, e tagliò il boschetto consacrato allo stesso Baal, e alzò un altare al vero Dio; così Cristo distrusse la idolatria regnante nel mondo, ed edificò la Chiesa, in cui il vero Dio si onora. Vedi Jud. VI.

5 Perocché ogni violenta depredazione (sarà) con tumulto: e le vesti intrise di sangue saranno arse, fatte cibo del fuoco.

Ver. 5. Perocchè ogni violenta depredazione (sarà) con tumulto. Allude sempre alla vittoria di Gedeone sopra i Madianiti, a cui paragona la vittoria di Cristo sopra l’inferno e sopra il mondo; e insieme rappella il nome di celere predatore dato già al Messia cap. VIII. 3. Siccome adunque Gedeone non acquistò le spoglie di Madian se non con mettere in gran tumulto e scompiglio il campo dei Madianiti; così quando il Messia rapirà al demonio la preda degli uomini, si solleverà fiero tumulto e sconvolgimento nell’inferno e nel mondo, che sarà tutto sossopra. Gli Ebrei dicevano a Paolo, che la religione di Cristo avea in ogni luogo contraddittori, Atti XXVIII. 22. Ma ciò dovea pur essere, ed era stato predetto e dal nostro Profeta, e da Cristo, il quale disse, che era venuto a portare non la pace, ma sì la spada, perchè era venuto a separare l’uomo dal padre suo ec. Matth. X. 34. 3. ec.
E le vesti intrise di sangue saranno arse, fatte cibo del fuoco. E come le vesti de’ soldati nemici intrise di sangue si fanno dal vincitore abbruciare nel fuoco insieme co’ loro cadaveri, così Cristo manderà ad ardere nel fuoco dell’inferno e i demoni, e i persecutori del suo nuovo popolo, i quali hanno sparso il sangue de’santi, e ne portano il segno nelle vesti loro asperse di sangue.

6 Conciossiachè un pargoletto è nato a noi, e il figlio è dato a noi, ed ha sopra gli omeri suoi il principato, ed ei si chiamerà per nome l’Ammirabile, il Consigliere, Dio, il Forte, il Padre del secolo futuro, il Principe di pace.

Ver. 6. Conciossiachè un pargoletto è nato a noi, ec. Ecco il celere predatore, il quale fin dalla sua nascita comincerà a vincere e a predare. Egli è pargoletto di età, di statura, di semplicità, d’innocenza, ma egli è uomo perfetto, anzi gigante, per valore e fortezza. Dicendo il Profeta, che questo pargoletto è nato a noi, secondo un antico Interprete dimostra la temporal natività di lui dal seno di Maria: dicendo poi, che questo figlio è dato a noi, la divinità ed eternità viene ad accennare di questo stesso pargoletto, il quale dal Padre fu dato a noi per quell’amore, che il Padre ebbe verso di noi, come dice s. Giovanni, I. Jo. IV. 9.
Ed ha sopra gli omeri suoi il principato. Egli nascerà principe, e Signore, e Re del cielo e della terra. I grandi portavano in antico sulle loro spalle i distintivi della loro dignità: e i Padri generalmente hanno in queste parole ravvisato il mistero di Cristo portante sopra le sue spalle la Croce come segno del suo principato. Ed ei si chiamerà per nome l’Ammirabile. In Cristo dice l’Apostolo sono ascosi tutti i tesori della sapienza e della scienza di Dio. Egli è mirabile nella sua Concezione e nella sua nascita di madre vergine, egli è mirabile nella sua vita, mirabile nella dottrina, e ne’ miracoli, e nella passione, e nella morte, e nella risurrezione. Egli è mirabile in sè, mirabile ne’ santi suoi, ne’ quali colla sua grazia egli opera cose grandi e mirabili.
Il Consigliere. Alcuni Padri spiegano questo titolo dato a Cristo, come ad esecutore sapientissimo e fedelissimo del consiglio di Dio riguardo alla redenzione del genere umano, e riguardo alla vocazione delle genti, e al rigettamento degli Ebrei. Egli oltre a ciò insegnò agli uomini i misteri di Dio e le vie di salute, e gl’illuminò colla sua verità; e colla sua grazia fa, che amino, e vogliano il bene, e lo facciano. Dio. Questo pargoletto fatto di donna, nato sotto la legge (Gal. IV. 4.) egli è insieme Dio, perchè figliuolo del Padre, consustanziale al Padre . onde agli angeli tutti è ordinato, che nella stessa umiliazione, a cui per amore di noi discese, lo adorino. Vedi Ps. 96. 7., Hebr. I. 6.
Il Forte. La fortezza di questo pargoletto si dimostrò nel sopportare tante fatiche, e difficoltà, e contraddizioni, e i tormenti, e la morte crudele di Croce, e nel di struggere il regno del diavolo, e del peccato con mezzi, che sembravan sì deboli. Quindi così sovente Cristo è chiamato virtù di Dio, cioè fortezza e potenza di Dio.
Padre del secolo futuro.Il secolo futuro, o sia il mondo futuro (Rom. V. 14.) egli è quel secolo, e quel mondo predetto in tutte le Scritture, che dovea principiare alla prima venuta di Cristo, e finisce alla seconda. Viene a dunque con ciò significata quella nuova generazione di uomini, che sono nuove creature in Cristo generati da lui mediante la parola di verità, Jacob. I. 18., e generati per la eternità; perocchè siccome dal terreno Adamo siam generati per vivere nel tempo; così dal nuovo celeste Adamo siam rigenerati per vivere eternamente; Adamo ci generò per la terra, ci genera Cristo pel cielo. Quindi taluno tradusse: Padre della eternità, cioè della vita eterna, la quale egli co’ suoi patimenti, e colla sua morte a noi meritò.
Principe di pace. Carattere specialissimo di questo Re, il quale portò al mondo la pace, il quale rompendo la parete intermedia, le nimicizie tra Dio e l’uomo, tralla terra e il cielo, riconciliò la creatura col suo Creatore (Vedi Ephes. II. 18., Rom. v. 10.); il quale a’ suoi figliuoli lasciò quasi per loro patrimonio la sua pace, Jo. XIV. 27., il quale finalmente è autore, e principio di quella pace di Dio, che ogni sentimento sorpassa, la quale regna nei cuori, e nelle coscienze de’ suoi veri figliuoli. Vedi Philip. IV. 7.

7a L’impero di lui sarà amplificato, e la pace non avrà fine: ei sederà sul trono di David, e avrà il regno di lui, per assodarlo, e corroborarlo rendendo ragione, e facendo giustizia da ora in poi, e sino in sempiterno. Lo zelo del Signor degli eserciti farà tal cosa.

Ver. 7. L’impero di lui sarà amplificato. Un altro Profeta avea già detto, che il suo dominio sarebbe stato da un mare all’altro, e dal fiume sino agli ultimi confini del mondo, Ps. 71.
E la pace non avrà fine. La pace spirituale, procurata agli uomini da Cristo, durerà e sarà stabile come è stabile ed eterno il regno di lui. Questa pace non è esente dalle afflizioni, e dalle tentazioni, colle quali prova Dio la fede de’ giusti, ma ne’ combattimenti medesimi ella si conferma, e si assoda mediante colui, che dà al giusto la vittoria per Gesù Cristo, come dice l’Apostolo.
Sederà sul trono di David, e avrà il regno di lui per assodarlo, ec. Davidde, e il regno temporale di Davidde furon figura del Cristo, e del regno spirituale del Cristo, il quale secondo la carne fu figliuolo di Davidde. Allo stesso Davidde poi fu promesso da Dio, che questo suo figliuolo regnerebbe sopra lo spirituale Israele, che è la Chiesa non più ristretta ad un solo popolo, ma composta di tutte le genti date in retaggio dal Padre al Messia. Ps. II
Lo zelo del Signore degli eserciti farà tal cosa. Conclude il Profeta tutto quello che ha detto del suo e nostro Emmanuele con questo bello epifonema, come se dicesse. Tanto è grande l’amore di Dio verso degli uomini, tanto è grande lo zelo, che egli ha del loro bene e della loro salute, che darà ad essi per loro re questo figliuolo diletto.



Salmo

Lc 2:11

[R:] 11a Perché [Oggi] è nato oggi a voi un [noi il] Salvatore, che è il Cristo Signore, nella città di David.

Ver. 11. [cf. Vangelo]

Sl 95:1-3,11-13

1 Cantico dello stesso Davidde. Quando la casa si edificava dopo la cattività. Cantate al Signore un nuovo cantico: terra tutta canta il Signore.

Ver. 1. Quando la casa si edificava dopo la cattività. Nel libro de’ Paralipomeni XVI. 23. trovasi questo salmo unito col salmo CIV. Con qualche piccola varietà, come essendo stato composto da Davidde pel trasporto dell’arca dalla casa di Obededom al tabernacolo di Sion. Il titolo si crede posto per accennare con esso la fondazione della Chiesa di Gesù Cristo, e la vocazione de’ gentili. August. Euseb. Theodor. Athan. Si crede ancora, che il salmo fosse cantato alla dedicazione del secondo tempio.
Cantate al Signore un nuovo cantico: ec. Parla il Profeta a tutto la terra e agli abitatori di essa, e con questo invito generale dimostra, come la terra stessa rigettato il culto degl’idoli adorerà il Signore, e con grande affetto celebrerà il benefizio della sua Redenzione operata da Cristo. Un nuovo cantico: può intendersi nuovo relativamente al vecchio cantico di Mosè nella liberazione della schiavitù dell’Egitto, liberazione che era figura di un’altra assai più pregevole: ovvero può intendersi la voce nuovo in significazione di prestantissimo, nobilissmo cantico, cantico degno, e proporzionato all’ineffabil grandezza del benefizio fatto da Dio agli uomini nel mandare il suo proprio unico Figlio a redimerli. È stato osservato come tre volte ne’ due primi versetti è ripetuto cantate al Signore, lo che Eutimio dice esser fatto per adombrare la Trinità delle Persone divine in una sola essenza.

2 Cantate il Signore, e benedite il nome di lui, annunziate ogni giorno la salute recata da lui.
3 Annunziate la gloria di lui tralle genti, e le sue meraviglie a tutti i popoli.

Ver. 3. Annunziate la gloria di lui ec. Si predice la vocazione di tutto le genti per mezzo di predicatori Giudei quali furon gli Apostoli, e i primi discepoli di Gesù Cristo. Per la gloria del Signore può intendersi la Risurrezione gloriosa dei Salvatore, per le meraviglie dello stesso Signore possono intendersi i miracoli da lui tutti nella sua vita mortale, e tutto quello, che ei fece per fondare e illustrar la sua chiesa dopo la sua Ascensione al cielo, mandando lo Spirito santo, e comunicando i doni di lui e agli Apostoli e a tutti i credenti.

11 Rallegrimi i cieli, ed esulti la terra: il mare sia in movimento con tutte le cose ond’egli è ripieno:
12 tripudieranno le campagne, e tutto quello, che in esse si trova.
Allora esulteranno tutti gli alberi delle selve

Ver. 11-12. Rallegrinsi i cieli, ed esulti la terra ec. Invita tutte le creature, il cielo, la terra, il mare, le campagne, le piante a rallegrarsi per la venuta di Cristo nel suo regno, perché egli viene a governare il mondo con gran giustizia e con infinito vantaggio di tutto il genere umano. Alcuni osservano, che forse sono qui introdotti specificatamente gli alberi delle selve e boscaglie a far festa della venuta di Cristo, perché i boschi particolarmente erano pell’avanti consacrati all’infame culto de’ falsi dei.

13 dinanzi al Signore, perché è venuto, perché venuto egli è a governare la terra. Governerà la terra con equità; governerà i popoli secondo la sua verità.

Ver. 13. Secondo la sua verità. Secondo la vera e santa sua legge: ovvero secondo le sue fedeli promesse.



Epistola

Ebrei 1:1-8

Fratelli:

1 Iddio, che molte volte, ed in molte guise parlò un tempo a’ padri per i profeti: ultimamente, 2 In questi giorni ha parlato a noi pel Figliuolo, cui egli costituì erede di tutte quante le cose, per cui creò anche i secoli:

Ver. 1-2. Iddio, che molte volte, ed in molte guise parlò un tempo a’ padri per li profeti: ec. Questo esordio dell’Apostolo è molto adattato al grande argomento di questa lettera, cui non promette egli il suo nome, affinchè gli Ebrei, a’ quali non era molto accetto, riguardasser piuttosto alla verità delle cose, che alla persona dello scrittore di esse. Ne’ primi quattro versetti di questo capitolo si ha come un compendio di tutta la materia: Dio volendo istruire il mondo intorno alla economia della salute degli uomini, parlò per bocca dei suoi profeti, primo, molte volte, perchè non tutti a un tempo, nè tutti ad un solo Profeta furono così chiaramente disvelati i misteri del Salvatore; così a Isaia il parto della vergine, e la passione dell’Uomo Dio; a Daniele il tempo, in cui sarebbe comparso il Cristo; a Malachia la venuta del precursore ec.; in secondo luogo parlò per essi profeti in varie guise, ora con manifeste parole, ora con tipi, e figure, talvolta con visioni, talvolta con apparizioni sensibili. In tutte queste maniere (dice Paolo) parlò Dio un tempo, vale a dire, da’ Patriarchi, e da Mosè fino a Malachia, ai padri nostri per mezzo de’ Profeti; ma ultimamente in questi giorni ha parlato a noi non più per mezzo d’uomini mortali, ma per lo stesso naturale suo Figliuolo. Lo stesso Dio adunque secondo questa dottrina è autore della vecchia e della nuova alleanza, e delle Scritture del vecchio e del nuovo testamento: onde la religione insegnata da Cristo risale fino al cominciamento del mondo, e ha a suo avore la testimonianza di tutti i secoli precedenti.
I Giudei secondo la condizione del loro stato ebbero per maestri i Profeti, i quali a nome di Dio parlavano, e la volontà e i misteri di lui annunziavano agli uomini in virtù della missione ricevuta dal medesimo Dio, Eglino però non erano se non servi del padre di famiglia, e operai spediti in differenti tempi a coltivare la vigna della quale non eran essi i padroni. Il popolo cristiano ha per suo maestro il Figliuolo di Dio, il quale è venuto a visitare la sua eredità, il padrone stesso della vigna, il Signore di tutti gli uomini disceso dal cielo per istruir gli e salvargli. Conosca adunque questo popolo la sua felicità, e l’altezza di sua condizione, e a Dio ne renda perenni grazie.
Cui egli costitui erede di tutte quante le cose. Questi, in quanto è Figliuolo di Dio naturale, è ancora erede naturale del Padre, e ha insieme con lui lo stesso dominio, la stessa potenza, come ha la stessa sostanza; in quanto poi egli è uomo, è stato costituito dal Padre erede, cioè Signore e capo e padre di tutti gli uomini, e ha da lui ricevuto un’ampia, ed assoluta potestà e in cielo, e in terra, Matth. XXVIII. 18., onde egli sia sovrano signore di tutte le cose create, e di tutti gli angeli, e di tutti gli uomini, e non solo degli Ebrei, ma ancora di tutte le genti, delle quali tutte sarà composto il suo regno. Così alla promessa fatta nel vecchio testamento ai padri di una eredità terrena, e molto ristretta, contrappone l’Apostolo le magnifiche promesse fatte a Cristo dal Padre di un regno universale, spirituale, ed eterno nel salmo II. 8. Chiedi a me, ed io ti darò in tuo retaggio le genti, e in tuo dominio l’ampiezza della terra.
Per cui creò anche i secoli. Con la voce secoli, sono intesi tutti i tempi, e tutte le cose che sono comprese in tutti i tempi, vale a dire, tutte le cose create. Nelle precedenti parole Cristo è considerato come uomo; in queste, come Dio: per lui furon fatte tutte le cose, e senza di lui nulla fu fatto di quel che fu fatto, Joan. I. 2. 3.
Il Verbo, la Sapienza increata fu l’idea, e l’esemplare, secondo il quale furono create tutte le cose, di tal maniera però, che una stessa è la potenza, e la operazione del Padre creatore, e del Figliuolo, per cui ogni cosa fu fatta; imperocchè tutto quello, che fa il Padre lo fa anche il Figliuolo, Joann. VI.

3 Il quale essendo lo splender della gloria, e figura della sostanza di lui, e le cose tutte sostentando con la possente parola sua, fatta la purgazione de’ peccati, siede alla destra della maestà nelle altezze:

Ver. 3. Essendo lo splendor della gloria, e figura della sostanza di lui, e le cose tutte sostentando con la possente parola sua, ec. Tre idiomi, o sia proprietà sono qui attribuite al Figliuolo di Dio. In primo luogo egli è splendore della gloria del Padre, nella qual similitudine si paragona il Padre al sole, il Figliuolo al raggio, e alla luce, la quale dal sole, deriva; onde dello stesso Figliuolo canta la Chiesa nel simbolo Niceno, lume di lume, lume sostanziale, e perciò Dio di Dio, come si ha nello stesso simbolo. Imperocchè la gloria, la maestà, la divinità tutta del Padre risplende, e sfavilla nel Figlio, cui il Padre nella generazione eterna tutto comunica l’esser suo.
In secondo luogo egli è figura della sostanza del Padre, cioè immagine, impronta, ma sostanziale, e permanente del Padre; con la qual similitudine esprimesi e l’identità di natura del Figliuolo col Padre, e la distinzione della persona del Padre da quella del Figlio, nel qual Figlio l’essenza del Padre è impressa. Nella impronta fatta sulla cera si rappresenta l’immagine, che nel sigillo è scolpita; ma siccome il sigillo, e l’impronta sono senza dubbio differenti in sostanza dalla cosa, che portasi scolpita, perciò l’Apostolo non disse solamente figura del Padre, o sia carattere del Padre, ma figura, e carattere della sostanza del Padre, col quale egli ha uno stesso essere, ed una stessa natura.
In terzo luogo egli è conservatore di tutte le cose, le quali colla parola di sua potenza, vale a dire, col suo onnipotente comando egli sostenta. Portare nelle Scritture vuol dire sovente conservare, governare, reggere; e questo al Verbo del Padre conviensi, il quale e creò tutte le cose, e tutte con la efficace, ed onnipotente operazione sua le conserva, perchè non ritornino nel loro niente, e al fine le indirizza, per cui furon fatte. Tre verità adunque sono qui stabilite da Paolo; primo, il Figliuolo di Dio è coeterno al Padre; imperocchè lo splendore della gloria è eterno, come la stessa gloria, siccome il raggio è coetaneo (per dir così) al sole, da cui si parte: in secondo luogo egli è consustanziale al Padre, come abbiamo già detto; terzo finalmente, egli ha ugual potenza col Padre.
Fatta la purgazione dei peccati, siede alla destra ec. Due uffici di Cristo sono stati accennati di sopra, l’ufficio profetico nel vers. I., l’ufficio di Re, e signore nella prima parte del Vers. 2.; si tocca qui il terzo ufficio di lui, che è il sacerdotale, secondo il quale con la oblazione di se stesso purgò ed abolì i peccati del mondo, dopo di che fu innalzato dal Padre, il quale diedi il luogo di onore, e lo fece sedere alla destra della sua maestà nel sommo cielo, dove egli ha suo trono.
Osserva in questo luogo il Grisostomo l’ammirabile artificio di Paolo, il quale istruir volendo i piccoli, e introdurgli alla considerazione delle grandezze di Cristo, non tutte insieme propone loro le proprietà più sublimi di lui, ma come in una nobil pittura la sfoggiata luce colle ombre suol temperarsi; così nel ritratto, che qui si forma di Gesù Cristo, le più alte verità sono tramezzate con le nozioni inferiori, che abbiamo di lui, affinchè la soverchia luce non abbagli gli occhi di coloro, che sono ancor deboli nella fede. Così dopo averlo chiamato Figliuolo del Padre, dice che fu costituito da questo erede di tutte le cose; così dopo rappresentata la coeternità, la consustanzialità, e l’uguale potenza del Figlio col Padre, rammenta il penoso sacrificio di lui, col quale ci mondò, e lavò dai peccati nostri nel sangue suo, dopo del qual sagrificio fu innalzato dal Padre per la sua ubbidienza, Cup. II. 8. 9. ec. Ma dicendo l’Apostolo, che Cristo non solo siede nel cielo, ma siede alla destra del Padre, vuole indicare l’assoluta potestia, l’altissima dignità, e la stabilita del regno, a cui fu dal Padre innalzato, e la infinita distanza. che è tra lui, e tutti gli spiriti beati, de’ quali non mai si legge, che seggano, ma che assistono, e stanno quasi servi dinanzi al trono di Dio.

4 Fatto di tanto superiore agli Angeli, quanto più eccellente nome, che quegli, ebbe in retaggio.

Ver. 4. Fatto di tanto superiore agli Angeli, quanto ec. Si amplifica il precedente ragionamento, e dalla qualità di Figliuolo, la quale è in Cristo, si deduce la maggioranza di lui sopra tutti gli Angeli. La voce fatto lega con la voce superiore, onde non significa, che il Figliuolo sia stato fatto o creato, il che secondo la natura divina non può dirsi senza errore, ma significa, che egli fu fatto superiore, o maggiore, ovvero, fu preferito agli Angeli, e tanto a questi fu preferito, quanto più grande è il nome di figlio, che quello di servo, e di ministro. Può anche la voce fatto spiegarsi per dichiarato, dimostrato, come in altri luoghi della Scrittura, Joan. XV. 8. Rom. III. 4., ma ritenendo il primo significato, vuol dir l’Apostolo, come nota s. Tommaso, che per l’unione della natura divina all’umana Cristo è superiore agli Angeli, e che egli si chiama, ed è Figliuolo di Dio. E molto esattamente, e con gran riflessione dice Paolo, che questo nome lo ebbe Cristo in retaggio per significare, come proprio di lui è lo stesso nome, e a lui per ogni ragione è dovuto, ed essenzialmente gli si compete per sua origine, e non in quella maniera, secondo la quale gli Angeli, e gli uomini forse talvolta son chiamati figliuoli di Dio, vale a dire, per grazia, non per natura, Job, XXXVIII. 7.

5 Imperocché a qual mai degli Angeli disse: mio figliuolo se tu, oggi io ti ho generato? E di nuovo: io sarogli padre, ed ei sarammi figliuolo?

Ver. 5. Mio figliuolo se’ tu, oggi io ti ho generato. Rende ragione di quello che aveva detto nel precedente versetto, adducendo le parole del salmo II., il qual salmo giusta la testimonianza di un celebre Rabbino degli ultimi tempi (R. Salomon ) fu applicato già al Messia da tutti gli antichi Maestri del giudaismo. Queste parole secondo s. Agostino, e molti altri Padri riguardano la generazione eterna, e permanente del Verbo. Vedi gli Atti cap. XIII. 33. Quantunque gli Angeli siano qualche volta chiamati figliuoli di Dio, non sono però, nè si chiamano figliuoli per generazione.
Io sarogli padre, ed ei sarammi figliuolo? Salomone, di cui furono dette da Dio queste parole, era una figura del Messia, e al Messia furono elle applicate anche dai Rabbini nel senso allegorico, il qual senso fu inteso principalmente dallo Spirito Santo, da cui furon dettate.

6 E di nuovo, allorché introduce il Primogenito nel mondo, egli dice: e lo adorino tutti gli Angeli di Dio.

Ver. 6. Allorchè introduce il Primogenito nel mondo, egli dice: e lo adorino ec. ne’ due luoghi del vecchio testa mento citati di sopra da Paolo si parla del Verbo, che dovea esser introdotto nel mondo, e ciò vuole egli significare soggiungendo adesso, che in un altro luogo, cioè allora quando la Scrittura parla di questo Primogenito come già introdotto nel mondo nella sua incarnazione, ella ordina a tutti gli Angeli di Dio, che come loro signore lo adorino. Col titolo di Primogenito si nota la dignità, e preminenza di Cristo, il quale è primogenito tra molti fratelli, a’ quali è infinitamente superiore e di età, perchè eterno, e di dignità, perchè è figliuolo naturale, quando gli altri non sono figliuoli se non per grazia e per adozione.
Questa introduzione di Cristo nel mondo dalla maggior parte de’ moderni interpreti è intesa di quella, che comunemente si chiama seconda venuta di Cristo a giudicare i vivi e i morti; ma assai comunemente i Padri, e con essi s. Tommaso ciò intendono della prima venuta, e della incarnazione di Cristo festeggiata, e celebrata dagli Angeli, i quali con inni di gloria accompagnarono il suo nascimento, e il primo ingresso nel mondo, Luc. II. II. Il salmo XCVI., da cui sono prese quelle parole, e lo adorino tutti gli Angeli di Dio, in buona parte almeno alla prima venuta appartiene, mentre in esso tralle altre cose si esortano e i Giudei, e i Gentili ad abbracciare la salute recata loro da Cristo, e ad esultare per tal ragione, e si domanda l’abolizione del culto idolatrico, e si esortano coloro, che amano Dio, a vivere santamente, e a questi promettesi la liberazione da’ loro oppressori; nelle quali cose si veggono come tante note caratteristiche della prima venuta. Non sussiste adunque una delle primarie ragioni, per cui molti moderni hanno voluto applicar questo luogo alla seconda. La trasposizione poi della voce iterum, di nuovo, nel greco, e nel latino, la quale ha forse in origine dato luogo essa sola a tal sentimento, nulla ha d’inusitato, ed anzi in questo luogo sembra, che abbia qualche eleganza, perchè nel versetto precedente quell’avverbio era posto in principio, qui poi in altro sito.
Di questo luogo del salmo XCVI. ha citato l’Apostolo l’esatto senso, non le precise parole secondo i LXX., le quali sono queste: Adoratelo (voi) tutti Angeli di lui; cioè di Dio. Ed è ancora da notarsi, come non solo agli Angeli, ma a tutti anche gli uomini si stende questo comando, come dallo stesso salmo apparisce; ma all’intento dell’Apostolo bastava di dimostrare quello che era stato scritto degli Angeli, ed è evidente, che quello, che facesser creature più nobili, era dovuto a Cristo con più forte ragione dalle inferiori.

7 Quanto poi agli Angeli, dice: egli, che i suoi Angeli fa spiriti, e i ministri suoi fiamma di fuoco.

Ver. 7. Quanto poi agli Angeli, dice: ec. Per sempre più stabilire la preeminenza di Cristo sopra degli Angeli viene adesso a dimostrare, come questi quantunque sopra le altre creature innalzati per la condizione di lor natura, sono però creature anch’essi, e servi, e ministri dello stesso Signore. Le parole del salmo CIII. riferite da Paolo si ordinano, e si spiegano in questa guisa: Dio è quegli il quale coloro che ha eletti per suoi nunzi e ministri, gli ha fatti spiriti, cioè sostanze spirituali ed immateriali (ovvero gli ha fatti veloci come i venti ) e come ardenti fiammelle, vale a dire, splendenti pella cognizione della verità, e ardenti per la carità. I Giudei avevano un’altissima idea della natura e della perfezione degli Angeli, e questa idea trasportò talora i medesimi Ebrei a rendere a quelli un culto superstizioso e a preferire la lor mediazione alla mediazione di Cristo, come si è veduto Col. II. 18. Quindi è, che l’Apostolo accuratamente descrive quello, che siano questi Angeli, e come e quanto inferiori a Gesù Cristo vero Dio, e nostro vero, ed unico mediatore.

8a Al Figliuolo poi (dice:) il tuo trono, o Dio, pel secolo del secolo: scettro di equità, lo scetro del tuo regno. 9 Hai amato la giustizia, ed hai avuta in odio l’iniquità: per questo ti ha unto Dio, il tuo Dio, con olio di esultazione sopra de’ tuoi consorti.

Ver. 8-9. Il tuo trono, o Dio, pel secolo del secolo: ec. Il salmo XLIII., da cui sono presi questi due versetti, per confessione degli antichi Ebrei del Cristo parla, e de’ misteri di lui è ripieno; e se egli è un epitalamio, non di altro sposalizio si debbe esporre, che di quello di Cristo con la sua Chiesa: il tuo regno, o Cristo, che sei vero Dio, è eterno. I moderni Ebrei, per togliere questo salmo, al Messia, e darlo a Salomone, sono costretti non solo a ripudiare tutta la tradizione della Sinagoga, ma di più a stravolgere le espressioni più chiare ed evidenti; come trall’altre ben vedendo, che a Salomone non pote va convenire quello che dicesi nelle citate parole, perchè nè egli si sognò mai di essere Dio, nè eterno fu il regno di lui, hanno in primo luogo con inaudita temerità capivoltate le stesse parole, affinchè dicano: Dio è il tuo trono perpetuo; e affin di trovare un regno sì fatto per Salomone, al regno di lui uniscono quello di tutti i suoi successori, i quali per la maggior parte furono ingiusti e peccatori ancor più di lui, e non hanno tutti insieme una durazione da paragonarsi all’eternità. Ma per confutar tali stravaganze non vi vuol altro che riferirle, e non è inutile il far vedere talora, fino a quali deliri in una materia, che è di tanta importanza per l’uomo, precipiti lo spirito umano, cominciato ch’egli abbia a chiudere una volta gli occhi alla verità, e a sostituire i propri pregiudizi alle regole della fede. Il regno di Cristo è eterno, e non avrà fine, Luc. 1. 33., perchè non è regno di questo mondo, Jo. XVIII. 36.
Scettro di equità, lo scettro ec. Tu reggi e governi le genti con rettitudine e giustizia, prescrivendo ad esse tutto quello, che è giusto ed onesto, rimuneri i giusti, punisci i peccatori, perchè tu hai in abbominazione l’iniquità, ed ami la giustizia; e con queste parole descrivesi l’ufficio di un buono e giusto principe.
Per questo ti ha unto Dio, il tuo Dio, ec. Il greco può tradursi: ti ha unto, o Dio, il tuo Dio; perchè non solo gli Ebrei, ma talora anche i greci del nominativo si servono in vece del vocativo, come nel versetto precedente. Il testo greco di Aquila ha il vocativo, e sembra, che così pur si leggesse nei LXX. a’ tempi di s. Agostino, mentre egli dice: nel latino si crede, che sia ripetuto lo stesso caso (il nominativo); ma nel greco è evidentissima la distinzione: o tu Dio, ti unse Iddio ec. Nella stessa guisa hanno letto generalmente gli antichi Interpreti, Euseb. De monstr. CL. I. 4. 15., s. Girol. ad Princip., e anche gli Ebrei.
Per questo, come osserva s. Agostino, e s. Tommaso, indica in questo luogo la causa finale. A questo fine, e perchè tu avessi un regno eterno, lo scettro di equità, e amassi la giustizia, e odiassi l’iniquità, per questo, o Dio, il tuo Dio ti unse con unguento di esultazione, come si costumava di fare ai regi ed ai sacerdoti. Dice adunque a Cristo il Profeta, che egli, che è Dio come il Padre, è stato unto in quanto uomo da suo Padre Dio, come re e sacerdote con unguento prezioso e divino, il quale colla sua fragranza ricrea e conforta, e di spirituale letizia riempie i cuori. Quest’unguento significa l’abbondanza di tutte le grazie, e de’ doni dello Spirito Santo, de’ quali fu Cristo ripieno fin dalla sua concezione infinitamente più, che tutti i santi e figliuoli di Dio, i quali alla stessa unzione hanno parte, e i quali tutti della pienezza di lui hanno ricevuto, Jo. I. 16. Vedi Atti X. 38. Si chiamano consorti di Cristo i fedeli, perchè al regno, e al sacerdozio di lui hanno parte; onde ad essi dice l’Apostolo Pietro: voi stirpe eletta, sacerdozio regale, 1. Pet. II. 20., ed unti si chiamano da Dio, e dal santo. 2. Cor. I. 21.; 1. Jo. 2. 20. S. Girolamo per quest’olio di esultazione intese non la pienezza de’ doni dello Spirito Santo, ma l’altissima gloria, alla quale fu innalzato Cristo nella sua risurrezione, quasi dir volesse il Profeta, e con esso l’Apostolo: tu, o Cristo, hai meritato di essere ammantato di gloria dal Padre Dio, hai meritato di essere e riconosciuto, e adorato come Salvatore di tutti i popoli, e Re delle nazioni, perchè hai amato la giustizia, e per soddisfare alla giustizia divina ti se’umiliato, fatto ubbidiente fino alla morte di croce, sulla qual croce hai distrutto il peccato.



Vangelo

Lc 2:1-14

1 Di quei giorni uscì un editto di Cesare Augusto, che si facesse il censo di tutto il mondo.

Ver. 1. Che si facesse il censo ec. Di questo censo si conservavano gli atti negli archivi di Roma ai tempi di s. Giustino, e di Tertulliano, donde fo ragione, che niuna Chiesa meglio della Romana potè sapere il dì della nascita di Gesù Cristo: per la qual cosa la tradizione Romana, per la quale fino dai primi secoli trovasi fissato il natale di Cristo ai 25 di dicembre, è da preferirsi alle diverse opinioni delle altre Chiese, le quali una volta discordavano in questo punto da Roma. Il fine di questo censo era di conoscere il numero degli abitanti, e lo stato, e i capitali di ciascuna provincia dell’impero Romano: il quale essendo allora esteso per una gran parte del mondo conosciuto, dicesi perciò, che questo censo abbracciava tutto il mondo con iperbole assai comune anche negli scrittori profani.

2 Questo primo censo fu fatto da Cirino preside della Siria.

Ver. 2. Questo primo censo fu fatto da Cirino ec. Notisi in primo luogo, che Cirino pronunziato alla maniera de’ Greci è Quirino alla Latina, e che questo preside, o sia prefetto della Siria egli è Publio Sulpizio Quirino mentovato da Giuseppe, da Svetonio, da Tacito, e da altri. In secondo luogo, dove nella nostra Volgata si legge comunemente, che il censo fu fatto da Cirino preside della Siria, il Greco porta, che fu fatto il censo (intendi nella Siria, sotto il qual nome comprendevasi la Giudea) essendo Cirino preside della Siria. In terzo luogo, che la maniera più plausibile di conciliare con s. Luca quegli scrittori, i quali danno in questo tempo preside alla Siria non Cirino, ma Senzio Saturnino, ella è di dire, che a Cirino fu data da Augusto la speciale incumbenza di far questo censo nella Siria, come a persona ben informata delle cose dell’Oriente, perchè egli aveva guerreggiato nella Cilicia vicina alla Siria: imperocchè la voce Greca tradotta per preside significa qualunque specie di giurisdizione anche straordinaria. In quarto luogo, questo censo dicesi il primo, perchè non mai per l’avanti erasi fatta tal cosa nella Giudea, dopo che era stata soggiogata dai Romani. Nel tempo di questo censo, essendo il mondo in piena pace, volle nascere Gesù Cristo, si perchè con tale occasione la Vergine partita da Nazarette si trasferisse a Betlemme, dove, secondo la celebre profezia di Michea, dovea nascere il Cristo, e si conoscesse, che ed ella, e il figlio erano della stirpe di David; e si affinchè descritto egli pure nella generale descrizione di tutti gli uomini e vero uomo si dimostrasse, e, soggettandosi con essi all’impero di un terreno monarca, colla sua umiliazione da una più funesta schiavitù li togliesse.

3 E andavano tutti a dare il nome ciascheduno alla sua città.

Ver. 3. Ciascheduno alla sua città. A quella città, da cui avea avuta origine ciascuna famiglia. Cosi Betlemme era patria d’Isai padre di Davidde, e ivi era nato Davidde, il quale alla medesima dette il nome; e perciò s. Giuseppe, e la Vergine andarono a Betlemme. Questa maniera di fare il censo era comodissima nella Giudea, dove era tanto diligentemente osservata la distinzione non solo delle tribù, ma anche delle famiglie; e in questo modo era stato fatto ne’ precedenti tempi il censo di questo popolo. Vedi Giuseppe Antiq. VII. 14. I Reg. XV. 20. Dando in tal guisa tutti gli Ebrei il loro nome, e professando soggezione all’imperatore di Roma venivano a confessare solennemente di aver perduto e regno e libertà; la qual cosa dovea rendergli attenti alla venuta del Messia.

4 E andò anche Giuseppe da Nazaret città della Galilea alla città di David, chiamata Betlem nella Giudea, per essere egli della casa, e famiglia di David, 5 A dare il nome insieme con Maria sposata a lui in consorte, la quale era incinta. 6 E avvenne, che, mentre quivi si trovavano, giunse per lei il tempo di partorire. 7 E partorì il figlio suo primogenito, e lo fasciò, e lo pose a giacere in una mangiatoia; perché non erari luogo per essi nell’albergo.

Ver. 7. In una mangiatoia. Che questa mangiatoia fosse in una spelonca, ci viene attestato generalmente dagli antichi Padri, Giustin. Orig. Euseb. Atanas. Ilar., ec.

8 Ed eranvi nella stessa regione de pastori, che vegliavano, e facean di notte la ronda attorno al lor gregge.

Ver. 8. Ed eranvi nella stessa regione de’ pastori, ec. Ai pastori (quali erano i patriarchi, e massimamente Abramo, e lo stesso Davidde) era stato promesso Cristo. Ai pastori, prima, che a ogni altro, si fa egli conoscere appena nato, eleggendo Dio, come dice l’Apostolo, le ignobili cose del mondo, e le spregevoli, affinchè nissuna carne si dia vanto dinanzi a lui, I. Cor. I. 28. 29. Questi pastori non solamente furon eletti a vedere, e adorare i primi il nato Salvatore, ma ebber la gloria di annunziarlo anche ad altri, vers. 18. Egli essendo il principe de’ pastori, quel pastore per eccellenza, di cui tante cose erano state scritte particolarmente in Ezechiello, cap. 34.; quel pastore venuto a cercare la pecorella perduta, e a dare la propria vita per la salute del gregge, è immediatamente rivelato ai pastori, ne’ quali risplendeva un’immagine della sua carità, e una figura del pacifico spirituale regno, che ei dovea esercitare sopra le anime.

9 Quand’ecco sopraggiunse vicino a essi l’Angelo del Signore, e uno splendore divino gli abbarbagliò, e furono presi da gran timore.

Ver. 9. E uno splendore divino gli abbarbagliò. Un antico Interprete osserva, che in tutto il vecchio testamento non mai si legge, che gli Angeli apparissero ammantati di simil luce; perchè questa era una distinzione propria, e conveniente a questo tempo, in cui era nato colui, che è luce ai cuori retti, Ps. CXI.

10 E l’Angelo disse loro: Non temete: imperocché eccomi a recare a voi la nuova di una grande allegrezza, che avrà tutto il popolo: 11 Perché è nato oggi a voi un Salvatore, che è il Cristo Signore, nella città di David.

Ver. 11. Un Salvatore, che è ec. Con questo nome di Salvatore, era stato promesso, e annunziato più volte il Messia, Isai. XIX. 20. Zachar. IX. 9.

12 Ed eccovene il segnale: troverete un bambino avvolto in fasce, giacente in una mangiatoia.

Ver. 12. Ed eccovene il segnale: ec. È credibile, che l’Angelo accennasse ai pastori anche il preciso luogo, dove Cristo era nato; ma avendolo s. Luca descritto di sopra, non lo ha ripetuto in questo luogo. Ma quanto è ammirabile il contrasto, che Dio ha voluto che fosse tralle umiliazioni del Verbo fatto uomo, e i miracoli di grandezza tutta divina, che in mezzo alle stesse umiliazioni risplendono! Nasce egli di madre povera, ma vergine; nasce in una stalla, è posto in una mangiatoia, ma tutto riempie all’intorno di luce celeste; è annunziato dall’Angelo ai pastori ma ha al suo servizio la celeste milizia, la quale lo riconosce, e lo predica per suo Dio e Signore. Questo contrasto di oscurità e di luce si osserva costantemente nei misteri del Salvatore, affinchè mani festa si renda ugualmente la volontaria bassezza, a cui discese per amor nostro, e la sovrana maestà del Verbo di Dio, splendor della gloria, e figura della sostanza del Padre.

13 E subitamente si unì coll’Angelo una schiera della celestiale milizia, che lodava Dio, dicendo: 14 Gloria a Dio nel più alto de’ cieli, e pace in terra agli uomini di buon volere.

Ver. 14. Gloria a Dio ec. In Isaia cap. XLIV. 23. XLIX. 13. erano invitati i cieli, cioè i cittadini celesti, a dar gloria a Dio per questa stessa opera della possanza, sapienza, e bontà di lui; e ciò eglino fanno adesso con queste parole, le quali sono da tanti secoli nella bocca della Chiesa il principio di quel mirabile cantico, col quale ella benedice, e ringrazia il Signore nella celebrazione de’ di vini misteri.
Pace in terra. Col nome di pace intendesi nelle Scritture ogni sorta di bene: or dice l’Apostolo, che tutti i beni diede a noi Iddio, allorchè ci diede il suo Unigenito divenuto nostro fratello. Particolarmente però s’intende qui col nome di pace la riconciliazione nostra con Dio, della qual pace il mediatore fu Cristo.
Agli uomini del buon volere. Che questa lezione della Volgata sia da preferirsi alla odierna lezione Greca, sembra certissimo dalla maniera, onde è riportato questo luogo da molti antichi Padri e Greci, e Latini. Dove noi leggiamo del buon volere, il Greco ha una parola, la quale in altri luoghi si spiega dal nostro interprete Latino colla voce beneplacito, e a Dio solo suol riferirsi, e significa il buon volere di Dio verso degli uomini. Dice adunque pace in terra agli uomini del buon volere, pe’ quali cioè ha il Signore buona, e propensa volontà; e con ciò s’intende i predestinati, i quali soli fanno acquisto della pace por tata da Cristo a tutti gli uomini. Vedi s. Iren. l. 3. II. E come notò il Maldonato, s’insegna qui, che non pel merito degli uomini, ma per la sola misericordia, e liberalità di Dio è stabilita questa pace.