Natale del Signore – Messa nel giorno

Prima lettura

Is 52:7-10

7 Quanto son belli i piedi di colui, il quale sui monti annunzia, e predica la pace! di colui, che annunzia ogni bene, di lui, che predica la salute, e dice a Sionne: Il Signore Dio tuo regnerà.

Ver. 7. Quanto son belli i piedi di colui, i quali su’ monti ec. Vede già il Profeta gli Apostoli mandati da Cristo stesso a predicare la nuova legge, e in questa tenera e affettuosa esclamazione prorompe: quanto amabile e dolce è la venuta di questi ambasciadori del Cristo, i quali vengono ad annunziare e predicare la pace degli uomini con Dio stabilita da Cristo, ad annunziare ogni bene, e predicare la salute, a cui tutte le genti avran parte! Questi predicatori diranno a Sionne: il tuo Dio stesso sara Re di tutti gli uomini, il tuo Messia, che è fatto per noi sapienza e santificazione e redenzione, egli stesso governerà il nuovo popolo; non Mosè, non Davidde, non un Angelo, ma lo stesso Figliuolo del Padre, il Verbo incarnato. sarà, o Sionne, il tuo Re, il tuo pastore. Dice, che questi predicatori dell’Evangelio predicheranno su’ monti, per significare come la nuova legge sarà annunziata a tutta la immensa turba delle nazioni, onde farà di mestieri, che da luogo elevato ad esse si parli, perchè tutti possano udire; e Cristo stesso sedendo sul monte, la sua dottrina esponeva alle turbe; e può anche alludere al sito di Sionne, donde si sparse la stessa legge per tutta la terra. Dice, che questi annunziano la pace, quella stessa pace, che nella nascita di Cristo fu annunziata dagli Angeli. Dove la nostra Volgata dice: annuntiantis bonum, abbiam tradotto, che annunzia ogni bene, perchè tale veramente è il senso, come notò Origene, il quale per questo bene intese lo stesso Gesù Re e Dio di Sionne, il quale (come dice lo stesso Origene) è per noi ogni bene: Imperocchè se la vita è un bene, Gesù è vita: se la risurrezione è un bene, Gesù è risurrezione: se la luce è un bene, Gesù è la luce vera, e verità, e via, e sapienza, e potenza, e finalmente tesoro di tutti i beni è Gesù: in cap. X. ad Rom. 15. Vedi ancora quello, che ivi abbiam detto.

8 Voce delle tue sentinelle: alzeranno la voce, e insieme canteranno laude; perchè occhio ad occhio vedranno quando il Signore avrà a se ritornata Sionne.

Ver. 8. Voce delle tue sentinelle: alzeranno la voce, ec. Queste sentinelle sono gli stessi Apostoli, i quali dice il Profeta, che con voce non timida, ma alta e sonora, annunzieranno il Cristo, e insieme proromperanno in cantici di laude a Dio, autore della buona novella. Perocchè occhio od occhio, vale a dire, presenzialmente, avranno veduto il Cristo, avranno conversato familiarmente con lui, onde predicheranno (come dice uno di essi) quello, che udirono, quello, che videro coi propri occhi e contemplarono, e colle loro mani palparono di quel Verbo di vita, Jo. I. I. Tutte queste cose, ch’ei predicheranno, le avranno vedute eseguite in quel tempo, quando il Signore richiamerà a se Sionne, e a se la ritornerà, liberandola da’ suoi spirituali nemici, e ricolmandola di ogni bene.

9 Rallegratevi, e date laudi insieme, o deserti di Gerusalemme: perchè il Signore ha consolato il popol suo, ha riscattata Gerusalemme.

Ver. 9. O deserti di Gerusalemme. Gerusalemme deserta quasi, perchè ridotta ad avere nel suo seno pochi veri adoratori del Padre, e la Giudea tutta dove questi adoratori erano molto rari, si rallegreranno, e canteranno le lodi di Dio, che è venuto a consolare e riscattare il suo popolo. I deserti ancora della Giudea furono onorati dalla presenza di Cristo, il quale e al principio della sua predicazione, e più volte ancora dipoi vi si ritirò.

10 Il Signore ha rivelato il braccio suo santo agli occhi di tutte le genti: e tutte le estreme parti della terra vedranno la salute mandata dal nostro Dio.

Ver. 10. Il braccio suo santo agli occhi ec. Il braccio santo di Dio egli è Cristo, ed egli, come cantò Simeone, era la luce, che dovea illuminare le genti, Luc. II. 33.



Salmo Responsoriale

Sl 97:3,1-6

[R:] 3c Gli ultimi confini della terra hanno tutti veduto la salute del nostro Dio.

1 Salmo dello stesso Davidde. Cantate al Signore un cantico nuovo, perché mirabili cose egli ha fatto. La destra di lui, e il suo braccio santo si operarono la salute.

Ver. 1. La destra di lui e il suo braccio ec. Cristo per propria virtù si salvo dalla morte e risuscitò; per virtù della sua destra e del suo braccio santo salvò ancora gli uomini, vinta la morte, superato il demonio e l’inferno.

2 Il Signore ha manifestata la sua salute: ha rivelata la sua giustizia agli occhi delle nazioni.

Ver. 2. Il Signore ha manifestata la sua salute. Qui pel Signore intendesi Dio Padre, che fece in molte maniere conoscere agli uomini la sua salute, o sia Salvatore, che egli mandò agli uomini.
Ha rivelata la sua giustizia ec. Anche alle genti, che noi conoscevano ha fatto conoscere la sua giustizia, quella giustizia, di cui egli riveste l’uomo allorché giustifica l’empio; la qual giustizia è rivelata e manifestata per lo Vangelo di Cristo. Vedi Rom, I. 17. III. 2

3 Si è ricordato della sua misericordia, e della sua verità a favor della casa di Israele. Gli ultimi confini della terra hanno tutti veduto la salute del nostro Dio.

Ver. 3. Si è ricordato della sua misericordia e della sua verità ec. Si è ricordato delle promesse, che egli nella sua misericordia avea fatte a Israele, e si è ricordato di adempirie secondo la sua fedeltà. Egli avea promesso a Israele il Messia, ed ha mandato questo Messia. Fece allusione a questo luogo la Vergine nel suo cantico. Luc. 1, 54, 55.
La salute del nostro Dio. Tutta la terra e stata chiamata a parte della salute operata da Dio per Gesù Cristo.

4 Canti con giubilo laude a Dio tutta quanta la terra: cantate, ed esultate al suono de’ musicali strumenti.
5 Cantate cantici al Signore sopra la cetra, sulla cetra, e sul saltero,
6 al suono di trombe di metallo, e di buccine. Cantate con voci di giubilo alla presenza del Signore, che è Re:



Seconda lettura

Ebrei 1:1-6

1 Iddio, che molte volte, ed in molte guise parlò un tempo a’ padri per i profeti: ultimamente, 2 In questi giorni ha parlato a noi pel Figliuolo, cui egli costituì erede di tutte quante le cose, per cui creò anche i secoli:

Ver. 1-2. Iddio, che molte volte, ed in molte guise parlò un tempo a’ padri per li profeti: ec. Questo esordio dell’Apostolo è molto adattato al grande argomento di questa lettera, cui non promette egli il suo nome, affinchè gli Ebrei, a’ quali non era molto accetto, riguardasser piuttosto alla verità delle cose, che alla persona dello scrittore di esse. Ne’ primi quattro versetti di questo capitolo si ha come un compendio di tutta la materia: Dio volendo istruire il mondo intorno alla economia della salute degli uomini, parlò per bocca dei suoi profeti, primo, molte volte, perchè non tutti a un tempo, nè tutti ad un solo Profeta furono così chiaramente disvelati i misteri del Salvatore; così a Isaia il parto della vergine, e la passione dell’Uomo Dio; a Daniele il tempo, in cui sarebbe comparso il Cristo; a Malachia la venuta del precursore ec.; in secondo luogo parlò per essi profeti in varie guise, ora con manifeste parole, ora con tipi, e figure, talvolta con visioni, talvolta con apparizioni sensibili. In tutte queste maniere (dice Paolo) parlò Dio un tempo, vale a dire, da’ Patriarchi, e da Mosè fino a Malachia, ai padri nostri per mezzo de’ Profeti; ma ultimamente in questi giorni ha parlato a noi non più per mezzo d’uomini mortali, ma per lo stesso naturale suo Figliuolo. Lo stesso Dio adunque secondo questa dottrina è autore della vecchia e della nuova alleanza, e delle Scritture del vecchio e del nuovo testamento: onde la religione insegnata da Cristo risale fino al cominciamento del mondo, e ha a suo avore la testimonianza di tutti i secoli precedenti.
I Giudei secondo la condizione del loro stato ebbero per maestri i Profeti, i quali a nome di Dio parlavano, e la volontà e i misteri di lui annunziavano agli uomini in virtù della missione ricevuta dal medesimo Dio, Eglino però non erano se non servi del padre di famiglia, e operai spediti in differenti tempi a coltivare la vigna della quale non eran essi i padroni. Il popolo cristiano ha per suo maestro il Figliuolo di Dio, il quale è venuto a visitare la sua eredità, il padrone stesso della vigna, il Signore di tutti gli uomini disceso dal cielo per istruir gli e salvargli. Conosca adunque questo popolo la sua felicità, e l’altezza di sua condizione, e a Dio ne renda perenni grazie.
Cui egli costitui erede di tutte quante le cose. Questi, in quanto è Figliuolo di Dio naturale, è ancora erede naturale del Padre, e ha insieme con lui lo stesso dominio, la stessa potenza, come ha la stessa sostanza; in quanto poi egli è uomo, è stato costituito dal Padre erede, cioè Signore e capo e padre di tutti gli uomini, e ha da lui ricevuto un’ampia, ed assoluta potestà e in cielo, e in terra, Matth. XXVIII. 18., onde egli sia sovrano signore di tutte le cose create, e di tutti gli angeli, e di tutti gli uomini, e non solo degli Ebrei, ma ancora di tutte le genti, delle quali tutte sarà composto il suo regno. Così alla promessa fatta nel vecchio testamento ai padri di una eredità terrena, e molto ristretta, contrappone l’Apostolo le magnifiche promesse fatte a Cristo dal Padre di un regno universale, spirituale, ed eterno nel salmo II. 8. Chiedi a me, ed io ti darò in tuo retaggio le genti, e in tuo dominio l’ampiezza della terra.
Per cui creò anche i secoli. Con la voce secoli, sono intesi tutti i tempi, e tutte le cose che sono comprese in tutti i tempi, vale a dire, tutte le cose create. Nelle precedenti parole Cristo è considerato come uomo; in queste, come Dio: per lui furon fatte tutte le cose, e senza di lui nulla fu fatto di quel che fu fatto, Joan. I. 2. 3.
Il Verbo, la Sapienza increata fu l’idea, e l’esemplare, secondo il quale furono create tutte le cose, di tal maniera però, che una stessa è la potenza, e la operazione del Padre creatore, e del Figliuolo, per cui ogni cosa fu fatta; imperocchè tutto quello, che fa il Padre lo fa anche il Figliuolo, Joann. VI.

3 Il quale essendo lo splender della gloria, e figura della sostanza di lui, e le cose tutte sostentando con la possente parola sua, fatta la purgazione de’ peccati, siede alla destra della maestà nelle altezze:

Ver. 3. Essendo lo splendor della gloria, e figura della sostanza di lui, e le cose tutte sostentando con la possente parola sua, ec. Tre idiomi, o sia proprietà sono qui attribuite al Figliuolo di Dio. In primo luogo egli è splendore della gloria del Padre, nella qual similitudine si paragona il Padre al sole, il Figliuolo al raggio, e alla luce, la quale dal sole, deriva; onde dello stesso Figliuolo canta la Chiesa nel simbolo Niceno, lume di lume, lume sostanziale, e perciò Dio di Dio, come si ha nello stesso simbolo. Imperocchè la gloria, la maestà, la divinità tutta del Padre risplende, e sfavilla nel Figlio, cui il Padre nella generazione eterna tutto comunica l’esser suo.
In secondo luogo egli è figura della sostanza del Padre, cioè immagine, impronta, ma sostanziale, e permanente del Padre; con la qual similitudine esprimesi e l’identità di natura del Figliuolo col Padre, e la distinzione della persona del Padre da quella del Figlio, nel qual Figlio l’essenza del Padre è impressa. Nella impronta fatta sulla cera si rappresenta l’immagine, che nel sigillo è scolpita; ma siccome il sigillo, e l’impronta sono senza dubbio differenti in sostanza dalla cosa, che portasi scolpita, perciò l’Apostolo non disse solamente figura del Padre, o sia carattere del Padre, ma figura, e carattere della sostanza del Padre, col quale egli ha uno stesso essere, ed una stessa natura.
In terzo luogo egli è conservatore di tutte le cose, le quali colla parola di sua potenza, vale a dire, col suo onnipotente comando egli sostenta. Portare nelle Scritture vuol dire sovente conservare, governare, reggere; e questo al Verbo del Padre conviensi, il quale e creò tutte le cose, e tutte con la efficace, ed onnipotente operazione sua le conserva, perchè non ritornino nel loro niente, e al fine le indirizza, per cui furon fatte. Tre verità adunque sono qui stabilite da Paolo; primo, il Figliuolo di Dio è coeterno al Padre; imperocchè lo splendore della gloria è eterno, come la stessa gloria, siccome il raggio è coetaneo (per dir così) al sole, da cui si parte: in secondo luogo egli è consustanziale al Padre, come abbiamo già detto; terzo finalmente, egli ha ugual potenza col Padre.
Fatta la purgazione dei peccati, siede alla destra ec. Due uffici di Cristo sono stati accennati di sopra, l’ufficio profetico nel vers. I., l’ufficio di Re, e signore nella prima parte del Vers. 2.; si tocca qui il terzo ufficio di lui, che è il sacerdotale, secondo il quale con la oblazione di se stesso purgò ed abolì i peccati del mondo, dopo di che fu innalzato dal Padre, il quale diedi il luogo di onore, e lo fece sedere alla destra della sua maestà nel sommo cielo, dove egli ha suo trono.
Osserva in questo luogo il Grisostomo l’ammirabile artificio di Paolo, il quale istruir volendo i piccoli, e introdurgli alla considerazione delle grandezze di Cristo, non tutte insieme propone loro le proprietà più sublimi di lui, ma come in una nobil pittura la sfoggiata luce colle ombre suol temperarsi; così nel ritratto, che qui si forma di Gesù Cristo, le più alte verità sono tramezzate con le nozioni inferiori, che abbiamo di lui, affinchè la soverchia luce non abbagli gli occhi di coloro, che sono ancor deboli nella fede. Così dopo averlo chiamato Figliuolo del Padre, dice che fu costituito da questo erede di tutte le cose; così dopo rappresentata la coeternità, la consustanzialità, e l’uguale potenza del Figlio col Padre, rammenta il penoso sacrificio di lui, col quale ci mondò, e lavò dai peccati nostri nel sangue suo, dopo del qual sagrificio fu innalzato dal Padre per la sua ubbidienza, Cup. II. 8. 9. ec. Ma dicendo l’Apostolo, che Cristo non solo siede nel cielo, ma siede alla destra del Padre, vuole indicare l’assoluta potestà, l’altissima dignità, e la stabilita del regno, a cui fu dal Padre innalzato, e la infinita distanza. che è tra lui, e tutti gli spiriti beati, de’ quali non mai si legge, che seggano, ma che assistono, e stanno quasi servi dinanzi al trono di Dio.

4 Fatto di tanto superiore agli Angeli, quanto più eccellente nome, che quegli, ebbe in retaggio.

Ver. 4. Fatto di tanto superiore agli Angeli, quanto ec. Si amplifica il precedente ragionamento, e dalla qualità di Figliuolo, la quale è in Cristo, si deduce la maggioranza di lui sopra tutti gli Angeli. La voce fatto lega con la voce superiore, onde non significa, che il Figliuolo sia stato fatto o creato, il che secondo la natura divina non può dirsi senza errore, ma significa, che egli fu fatto superiore, o maggiore, ovvero, fu preferito agli Angeli, e tanto a questi fu preferito, quanto più grande è il nome di figlio, che quello di servo, e di ministro. Può anche la voce fatto spiegarsi per dichiarato, dimostrato, come in altri luoghi della Scrittura, Joan. XV. 8. Rom. III. 4., ma ritenendo il primo significato, vuol dir l’Apostolo, come nota s. Tommaso, che per l’unione della natura divina all’umana Cristo è superiore agli Angeli, e che egli si chiama, ed è Figliuolo di Dio. E molto esattamente, e con gran riflessione dice Paolo, che questo nome lo ebbe Cristo in retaggio per significare, come proprio di lui è lo stesso nome, e a lui per ogni ragione è dovuto, ed essenzialmente gli si compete per sua origine, e non in quella maniera, secondo la quale gli Angeli, e gli uomini forse talvolta son chiamati figliuoli di Dio, vale a dire, per grazia, non per natura, Job, XXXVIII. 7.

5 Imperocché a qual mai degli Angeli disse: mio figliuolo se tu, oggi io ti ho generato? E di nuovo: io sarogli padre, ed ei sarammi figliuolo?

Ver. 5. Mio figliuolo se’ tu, oggi io ti ho generato. Rende ragione di quello che aveva detto nel precedente versetto, adducendo le parole del salmo II., il qual salmo giusta la testimonianza di un celebre Rabbino degli ultimi tempi (R. Salomon) fu applicato già al Messia da tutti gli antichi Maestri del giudaismo. Queste parole secondo s. Agostino, e molti altri Padri riguardano la generazione eterna, e permanente del Verbo. Vedi gli Atti cap. XIII. 33. Quantunque gli Angeli siano qualche volta chiamati figliuoli di Dio, non sono però, nè si chiamano figliuoli per generazione.
Io sarogli padre, ed ei sarammi figliuolo? Salomone, di cui furono dette da Dio queste parole, era una figura del Messia, e al Messia furono elle applicate anche dai Rabbini nel senso allegorico, il qual senso fu inteso principalmente dallo Spirito Santo, da cui furon dettate.

6 E di nuovo, allorché introduce il Primogenito nel mondo, egli dice: e lo adorino tutti gli Angeli di Dio.

Ver. 6. Allorchè introduce il Primogenito nel mondo, egli dice: e lo adorino ec. ne’ due luoghi del vecchio testa mento citati di sopra da Paolo si parla del Verbo, che dovea esser introdotto nel mondo, e ciò vuole egli significare soggiungendo adesso, che in un altro luogo, cioè allora quando la Scrittura parla di questo Primogenito come già introdotto nel mondo nella sua incarnazione, ella ordina a tutti gli Angeli di Dio, che come loro signore lo adorino. Col titolo di Primogenito si nota la dignità, e preminenza di Cristo, il quale è primogenito tra molti fratelli, a’ quali è infinitamente superiore e di età, perchè eterno, e di dignità, perchè è figliuolo naturale, quando gli altri non sono figliuoli se non per grazia e per adozione.
Questa introduzione di Cristo nel mondo dalla maggior parte de’ moderni interpreti è intesa di quella, che comunemente si chiama seconda venuta di Cristo a giudicare i vivi e i morti; ma assai comunemente i Padri, e con essi s. Tommaso ciò intendono della prima venuta, e della incarnazione di Cristo festeggiata, e celebrata dagli Angeli, i quali con inni di gloria accompagnarono il suo nascimento, e il primo ingresso nel mondo, Luc. II. II. Il salmo XCVI., da cui sono prese quelle parole, e lo adorino tutti gli Angeli di Dio, in buona parte almeno alla prima venuta appartiene, mentre in esso tralle altre cose si esortano e i Giudei, e i Gentili ad abbracciare la salute recata loro da Cristo, e ad esultare per tal ragione, e si domanda l’abolizione del culto idolatrico, e si esortano coloro, che amano Dio, a vivere santamente, e a questi promettesi la liberazione da’ loro oppressori; nelle quali cose si veggono come tante note caratteristiche della prima venuta. Non sussiste adunque una delle primarie ragioni, per cui molti moderni hanno voluto applicar questo luogo alla seconda. La trasposizione poi della voce iterum, di nuovo, nel greco, e nel latino, la quale ha forse in origine dato luogo essa sola a tal sentimento, nulla ha d’inusitato, ed anzi in questo luogo sembra, che abbia qualche eleganza, perchè nel versetto precedente quell’avverbio era posto in principio, qui poi in altro sito.
Di questo luogo del salmo XCVI. ha citato l’Apostolo l’esatto senso, non le precise parole secondo i LXX., le quali sono queste: Adoratelo (voi) tutti Angeli di lui; cioè di Dio. Ed è ancora da notarsi, come non solo agli Angeli, ma a tutti anche gli uomini si stende questo comando, come dallo stesso salmo apparisce; ma all’intento dell’Apostolo bastava di dimostrare quello che era stato scritto degli Angeli, ed è evidente, che quello, che facesser creature più nobili, era dovuto a Cristo con più forte ragione dalle inferiori.



Vangelo

Giov 1:1-18

1 Nel principio era il Verbo, e il Verbo era appresso Dio, e il Verbo era Dio.

Ver. 1. Nel principio. Vale a dire, nel principio del tempo, quando col mondo principiò ad essere il tempo, prima del quale fu non tempo, ma eternità. Molti Padri hanno intese queste parole in principio, come se volesser significare, che il Verbo divino era nel Padre, come in suo principio, e in sua origine. Ma la prima spiegazione è più semplice, e naturale, e viene illustrata da quel luogo de’ Proverbi, dove la Sapienza increata, il Verbo di Dio di se stesso dice: Il Signore mi ebbe con seco nel cominciamento del suo operare, prima che principiasse a far cosa alcuna, cap. VIII. 22.
Era. Vuol dire esisteva, sussisteva. E osservisi, come il Vangelista non disse: Da principio è, perchè nissuno s’immaginasse, che allora principiasse ad essere: nè disse: Da principio fu, perchè nissun forse credesse, che egli avesse di poi cessato di essere; ma disse: Era, col la qual voce stabilì l’eterna, e immutabile esistenza del Verbo.
Il Verbo. Questo è il nome del Figliuolo di Dio nel nuovo testamento, il qual nome però è fondato anche nel vecchio testamento. Del Verbo di Dio furon formati i cieli, dice Davidde, Ps. XXXIII. 6.; e Mosè stesso con quelle parole: Disse Dio: Sia la luce, e la luce fu, e la stessa formola Disse Dio tante volte ripetendo, questo stesso nome volle accennare, facendoci da per tutto vedere, la Parola, o sia il Verbo, dar l’essere a tutte le cose. Quindi è, che da Gregorio di Neocesarea nella sua sposizione della fede il Verbo è chiamato la virtù fattrice di tutte le creature.
Il Figliuolo di Dio è la parola della mente del Padre: imperocchè siccome havvi nell’uomo una parola interiore, e della mente, che è quella, che chiamasi l’idea della cosa che intendiamo, e l’altra esteriore, che è la manifestazione della stessa idea colle espressioni della lingua; cosi in Dio havvi una parola della mente, che è il Figliuolo generato da lui nell’intendere, e conoscere se stesso; parola manifestata poscia al di fuori, allorchè la stessa parola conceputa ab eterno nella mente del Padre, o sia il Verbo divino, si fece carne, e allorchè per mezzo della stessa parola, e dello stesso Figliuolo parlò agli uomini il Padre, il quale in molti modi avea prima parlato loro pe’ suoi profeti. Hebr. 1. I. 2.
Il Verbo era appresso Dio. Si può ancora tradurre era con Dio. Ha voluto con questo l’Evangelista darci ad intendere la stretta unione del Verbo col Padre, e dove egli risedesse da tutta la precedente eternità. Queste parole di più mostrano la distinzione della persona del Figliuolo dalla persona del Padre, e che egli era ab eterno, come il Padre.
Il Verbo era Dio. Riuniamo le tre altissime verità annunziate in questo solo primo versetto da s. Giovanni: I. il Verbo era ab eterno: 2. il Verbo era distinto da Dio (padre): 3. il Verbo era Dio.

2 Questo era nel principio appresso Dio. 3 Per mezzo di lui furon fatte le cose tutte: e senza di lui nulla fu fatto di ciò, che è stato fatto.

Ver. 3. Per mezzo di lui furon fatte le cose tutte. Per lui come causa efficiente di tutto.
E senza di lui nulla fu fatto di ciò, ec. Tutte le cose sono fattura del Verbo eterno. Non si eccettua (dice s. Ireneo) nè pur una di tutte quante le cose; ma tutte per lui le fece il Padre, tanto le visibili, quanto le invisibili. Che questo sia il vero senso di queste parole, apparisce da s. Ignazio martire, dal Grisostomo, e da altri Padri, e dalle antichissime versioni Siriaca, e Arabica.

4 In lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini:

Ver. 4. In lui era la vita. In lui come in principio, e in fonte risedeva la vita, tanto la naturale, che egli comunica agli esseri animati, come la spirituale, che egli dona con la sua grazia alle creature intelligenti, e anche la vita eterna, che egli dà a’giusti. Principalmente però con queste parole il s. Evangelista principia a toccare la massima delle opere del Verbo, il discender che fece dal seno del Padre a render la vita dell’anima agli uomini giacenti nelle tenebre, e nell’ombra della morte, a mostrare ad essi la via della vita, e preparare i mezzi della loro eterna salute. Dimostra egli, secondo la riflessione di s. Ireneo, come per quel Verbo, per cui il Padre esegui la creazione dell’universo, per lui medesimo apportò vita, e salute agli uomini da lui stesso creati.
E la vita era la luce degli uomini. Il Verbo vivificante era luce degli uomini, le menti de’ quali illustra con la superior cognizione delle cose celesti: luce celestiale, e divina, alla quale indirizzino con sicurezza i loro passi. Tacitamente si fa comparazione della luce tanto maggiore portata dal Vangelo con quella, che fu comunicata per mezzo della legge, e si oppone la illuminazione di tutti gli uomini per mezzo del Verbo alla vocazione di un solo popolo chiamato alla cognizione, e al culto del vero Dio per mezzo della legge.

5 E la luce splende tra le tenebre, e le tenebre non la hanno ommessa.

Ver. 5. E’ la luce splende tra le tenebre, ec. Vuolsi intendere tra le tenebre della cecità, e della ignoranza prodotta dal peccato del primo uomo. In mezzo a queste densissime tenebre il Verbo era la luce degli uomini, la sola luce, e la sola speranza, a cui rivolger potessero i miseri gli affannosi loro pensieri. Egli, che fu tante volte promesso, e in tante guise profetizzato nel vecchio testamento, non lasciò fin dal principio del mondo di offerire agli uomini la cognizione di Dio sì con la interiore inspirazione, e sì ancora per mezzo de’ patriarchi, e de’ profeti, e venne finalmente egli stesso in persona a far l’ufficio di luce del mondo.
E le tenebre non l’hanno ammessa. Una gran parte degli uomini accecati dalle loro concupiscenze non vollero prevalersi di questa luce; ma chiusero ad essa gli occhi, amaron di restar ciechi piuttosto, che abbandonare i vizi, ne’ quali erano immersi. La voce tenebre è presa qui da s. Giovanni nello stesso senso, in cui fu usata dall’Apostolo laddove dice ai nuovi cristiani: Foste una volta tenebre, ma ora poi luce nel Signore.

6 Vi fu un uomo mandato da Dio, che chiamavasi Giovanni.

Ver. 6. Fu un uomo mandato da Dio. La missione di Giovanni fu autorizzata da Dio co’ miracoli della sua nascita, e con la sua vita ammirabile, e con la santità della dottrina.

7 Questi venne qual testimone, affin di render testimonianza alla luce, onde per mezzo di lui tutti credessero:

Ver. 7. Affin di render testimonianza alla luce: ovvero a quella luce. Per annunziare agli uomini, esser già venuto al mondo colui, che è splendor della gloria, e immagine della sostanza del Padre, e luce del mondo.
Onde per mezzo di lui. Per mezzo del suo ministero, e della sua predicazione. Il Greco può anche tradursi affinchè per lei; vale a dire, mediante quella luce, cui rendeva Giovanni testimonianza, tutti abbracciasser la fede.

8 Ei non era la luce; ma era per rendere testimonianza alla luce.

Ver. 8. Ei non era la luce. Non era quella luce increata, eterna, immensa promessa per i profeti, ma testimone, e predicatore della luce.

9 Quegli era la luce vera, che illumina ogni uomo, che viene in questo mondo.

Ver. 9. Quegli era la luce vera, ec. Chiama il Verbo luce vera, perchè quello, che la luce corporale è per li corpi, lo è egli più veracemente, e perfettamente per le anime.
Illumina ogni uomo, che viene ec. Illumina tutti gli uomini, ai quali tutti questa luce divina è pronta a far di sè copia, e de’ quali nissuno può essere senza di lei illuminato. Imperocchè e il lume naturale, o sia della ragione, e il lume della fede, e della grazia tutti lo ricevon dal Verbo.

10 Egli era nel mondo, e il mondo per lui fu fatto, e il mondo nol conobbe.

Ver. 10. Era nel mondo. Fu agli uomini fin da principio presente per la sua divinità, dipoi ancora nella sua, umanità.

11 Venne nella sua propria casa, e i suoi nol ricevettero.

Ver. 11. Venne nella sua propria casa. Nella chiesa Giudaica, nella casa d’Israele, chiamata tante volte nelle Scritture eredità di Dio, possessione di Dio, popolo di Dio.

12 Ma a tutti que’, che lo ricevettero, die potere di diventar figliuoli di Dio, a quelli che credono nel suo nome:

Ver. 12. Diè potere di diventar figliuoli ec. Diede loro la prerogativa di essere figliuoli di Dio, come fratelli di Gesù Cristo, e per tal filiazione il diritto alla eterna felicità.

13 I quali non per via di sangue, nè per volontà della carne, nè per volontà d’uomo, ma da Dio sono nati.

Ver. 13. I quali non per via di sangue, ec. Significa, che la fede non ha origine dalla generazione naturale, o carnale, ma bensì dalla rigenerazione spirituale, la quale è effetto dello Spirito di Dio, per mezzo del quale e le prave inclinazioni correggonsi, e le tenebre della mente si discacciano, e il cuore si purifica, e avvivasi col santo amore. Dice adunque, che l’adozione de’ figliuoli di Dio non ha per fondamento nè l’origine da Abramo secondo il sangue, nè le forze della natura, o del libero arbitrio, ma la buona volontà di Dio, da cui il principio della nuova vita ricevono i figliuoli dell’adozione.

14 E il Verbo si è fatto carne, e abitò tra noi: e abbiamo veduto la sua gloria, gloria come dell’Unigenito del Padre, pieno di grazia, e di verità,

Ver. 14. E il Verbo si è fatto carne. Per varie ragioni non disse il Verbo si è fatto uomo; ma piuttosto il Verbo si e fatto carne: primo: per istabilire più chiaramente la distinzione delle nature in Gesù Cristo: imperocchè nel linguaggio degli Ebrei carne, e sangue si dice per opposizione a Dio (Vedi s. Matth. XVI. 17.): in secondo luogo, per maggiormente esaltare la bontà, e la carità di Dio, il quale non ebbe a schifo di assumere anche la porzione più vile, e abietta dell’uomo: in terzo luogo, per dimostrare, come il Verbo si rivestì di questa porzione dell’uomo, la quale era stata viziata, e depravata in Adamo per la colpa, affine di sanarla, perchè alla malattia fosse corrispondente la medicina, come dice il gran martire s. Giustino.
Si è fatto carne, non mutando il suo essere, nè cangiandosi il Verbo in carne, ma assumendo la natura umana, e congiungendola colla divina in tal modo, che questa umana natura nella persona del Verbo sussiste; onde una sola è la persona dell’uomo Dio, intera restando l’essenza, e le proprietà dell’una, e dell’altra natura.
Abitò tra di noi. Visse, e conversò tra di noi, come uno di noi. Fu veduto sopra la terra, e conversò con gli uomini, dice il Profeta.
E abbiamo veduto ec. Abbiam veduti i segni, e gli effetti della maestà divina, la quale in lui risiedeva: e si diede a conoscere in molti modi sì per mezzo de’ miracoli, e sì ancora nel saggio, che ne comunicò un giorno a tre de’ suoi discepoli (de’ quali uno fu il nostro Evangelista); e finalmente negl’infiniti tratti di sapienza, di potere, e di carità infinita, che in lui si videro in tutto il corso della sua vita mortale.
Gloria come dell’Unigenito. Vale a dire, gloria, quale all’Unigenito del Padre si conveniva; e perciò non terrena, e caduca, ma gloria di santità, di giustizia, e di verità.
Pieno di grazia, e di verità. Dicesi il Verbo pieno di grazia, perchè e noi liberò dalla maledizione della legge, e la grazia, e la riconciliazione con Dio ci meritò con la sua morte. Pieno di verità, non tanto perchè egli è la verità medesima, ma molto più strettamente in questo luogo, perchè le ombre, e le figure della legge adempì col suo sagrifizio.

15 Giovanni rende testimonianza di lui, e grida, dicendo: Questi è colui, del quale io diceva: Quegli, che verrà dopo di me, è da più di me; perchè era prima di me.

Ver. 15. Giovanni rende testimonianza di lui, e grida. Giovanni attestò, come il Verbo si fe’ carne, abitò tra noi pieno di grazia, ec. La voce grida non è qui posta a caso, alludendosi con essa a quel bellissimo passo di Isaia, dove dello stesso Batista si dice: Voce di un, che grida nel deserto: Preparate la via del Signore.
Del quale io diceva. Anche prima che egli venisse da me per essere battezzato.

16 E della pienezza di lui noi tutti abbiam ricevuto, e una grazia in cambio di un’altra:

Ver. 16. E della pienezza di lui ec. Da lui pienissimo di grazia, di verità, e di tutti i doni spirituali (de’ quali fu Cristo ricolmo in quanto uomo, affinchè ne facesse parte a’ suoi fedeli), da lui abbiam tutti ricevuto i doni dello Spirito secondo la misura, che a lui piacque di compartircene.
E una grazia in cambio di un’altra. In luogo della grazia della legge, la quale passò, ricevuto abbiamo la grazia permanente dell’Evangelio; e in luogo delle ombre, e delle immagini del vecchio testamento, la grazia, e la verità è stata fatta per Gesù Cristo; così spiega s. Agostino, ep. II., e s. Girolamo in cap. IV. Zachar.

17 Perché da Mosè fu data la legge: la grazia, e la venuta per Gesù Cristo fu fatta.

Ver. 17. La grazia, e la verità per Gesù Cristo fu fatta. Sopra queste parole s. Agostino tract. 3. in Joan. dice: Per mezzo di un servo fu data la legge, e fece de’ rei; dal supremo Imperante fu data la remissione, e i rei prosciolse. La legge fu data da Mosè; non si attribuisca nulla di più il servo, eletto a un gran ministero come fedele nella casa del padrone, ma però servo: può agire secondo la legge; ma non può sciogliere dal reato della legge. La legge adunque fu data da Mosè; ma la grazia, e la verità fu fatta per Gesù Cristo. Dunque la grazia in questo luogo significa il gratuito favore, e la benignità di Dio verso degli uomini: la verità dinota la costanza, e fedeltà di Dio nell’adempiere le sue promesse; e l’uno, e l’altro di questi beni dobbiamo a Gesù Cristo, che è il fonte della grazia, e nel quale (come dice l’Apostolo, 2. Cor. I. 20.) le promesse di Dio sono Si, e Amen.

18 Nissuno ha mai veduto Dio: l’unigenito Figliuolo, che è nel seno dei Padre, egli ce lo ha rivelato.

Ver. 18. Nissuno ha mai veduto Dio. Sembra, che l’Evangelista voglia adesso farci intendere, a chi egli fosse debitore delle grandi cose dette da lui intorno al Verbo. Nissun uomo mortale, nè men lo stesso Mosè, potè colle proprie forze conoscere l’esser di Dio, e particolarmente il più sublime de’ suoi misteri, la Trinità delle persone divine. L’Unigenito del Padre, che è nel seno del Padre, cioè intimo al Padre, e partecipe di tutti gli arcani del Padre, manifestò agli uomini, e nella sua stessa persona rappresentò i caratteri della essenza divina, e di nuova insolita luce ci arricchì intorno alle cose divine.