Natale del Signore – Messa nella Notte (Tridentina)

Introito

Sl 2:7

7 Dominus dixit ad me: Filius meus es tu, ego hodie genui te. 7 Il Signore disse a me: Tu se’ mio figliuolo; io oggi ti ho generato.

Ver. 7. Tu se’ mio figliuolo; io oggi ti ho generato. Queste parole sono citate per ben cinque volte nel Nuovo Testamento, e questo solo bastar potrebbe per dimostrare, che per confessione della stessa sinagoga, non d’altri che del Messia vero figliuolo di Dio possono intendersi le medesime parole. Osservò l’Apostolo, che a nissuno degli Angeli (molto più a nissuno degli uomini) fu detto giammai: Tu sei mio figliuolo, oggi io ti ho generato, Heb. I. 6.; perocchè quantunque gli angeli sieno qualche volta detti figliuoli di Dio, non sono però, ne si chiamano figliuoli di Dio per generazione. La parola oggi dinota la perseverante eterna generazione; il preterito ti ho generato, dimostra la generazione sempre consumata e perfetta, benchè sempre nuova.

Sl 2:1

1 Quare fremuerunt Gentes, et populi meditati sunt inania? 1 Per qual ragione fremon le genti, e i popoli macchinano dei vani disegni?

Ver. 1. Per qual ragione ec. Benché questo salmo sia senza titolo egli è però di Davidde, come apparisce dagli Atti Cap. IV. vers. 25 E che del Messia qui si parli ella è cosa indubitata non solo per l’infallibile autorità degli Apostoli (vedi Atti IV. 25 ec. XIII. 3, Hebr. I. 5 V. 5) e pel comune sentimento dei Padri Greci e Latini, ma pel consenso eziandio dell’antica sinagoga. Veggasi quel che ne dice l’Ebreo Trifone presso s. Giustino; e le testimonianza degli altri antichi presso il Carthwirght. Tra i Rabbini moderni due son citati dal Pocock i quali confessano, che i loro maggiori intesero come dette al Messia quelle parole tu se’ mio figliuolo, ec., e che questo salmo esposto in tal guisa è chiarissimo: uno però di questi Rabbini soggiunge, che per non dar vinta la causa a’ Minei (o sia eretici, nome, ch’e’ danno ai Cristiani) torna meglio l’interpretarlo del re Davidde, le quali parole senza intaccare in verun conto la tradizione della Chiesa Giudaica manifestano evidentemente lo spirito di errore, e di ostinata cecità, ond’è (dopo il rifiuto dei suo Messia) stranamente aggirato Israele. Questa tradizione ebbero in vista gli Apostoli, e i predicatori dei Cristianesimo, allorché da questo salmo trassero un argomento della divinità di Gesù Cristo, al qual argomento nulla aveano da poter replicare gli Ebrei. La sposizione de’ due primi versetti si ha negli Atti IV. 27. Veramente si unirono in questa città contro il santo tuo Figliuolo Gesù, mito da te, Erode e Pilato con le nazioni, e popoli d’Israello. Ammira il profeta questa incredibile stoltezza del popolo e de’ principi della sinagoga, che si uniscono a far guerra a Dio e al Cristo, a quei Cristo, che ora l’unica speranza della nazione: nè vedevano gl’infelici quanto vani riuscir doveano tutti i loro tentativi.

[V. Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto.
R. Sicut erat in principio, et nunc, et semper, et in saecula saeculorum.
Amen.]
[V. Gloria al Padre, e al Figlio, e allo Spirito Santo.
R. Come era nel principio, e ora, e sempre, nei secoli dei secoli.
Amen.]

Sl 2:7

7 Dominus dixit ad me: Filius meus es tu, ego hodie genui te. 7 Il Signore disse a me: Tu se’ mio figliuolo; io oggi ti ho generato.



Prima lettura

Titus 2:11-15

Carissime: (Carissimo:)

11 Apparuit enim gratia Dei Salvatoris nostri omnibus hominibus, 11 Imperocché apparve la grazia di Dio salvatore nostro a tutti gli uomini,
12 erudiens nos, ut abnegantes impietatem, et saecularia desideria: sobrie, et iuste, et pie vivamus in hoc saeculo, 12 Insegnando a noi, che rinnegata l’empietà, e i desideri del secolo, con temperanza, con giustizia, e con pietà viviamo in questo secolo,

Ver. 11-12. Apparve la grazia di Dio salvatore ec. Stringe vivamente tutti i cristiani ad abbracciare la pietà, e santità della vita con la considerazione della somma gratuita bontà dimostrata da Dio a tutti gli uomini pel Vangelo. A questa bontà, e misericordia debbe corrispondere nei seguaci dello stesso Vangelo una somma purezza e perfezione di costumi.
Prima della venuta di Gesù Cristo tutti gli uomini erano sotto la vendetta, e sotto la dannazione; ma nel Verbo di Dio fatto carne risplendè, e rifulse agli occhi di tutti gli uomini la salvatrice grazia di Dio, per cui siamo ammaestrati ad abbandonare la dominante empietà, e le passioni mondane, ed a vivere con temperanza riguardo a noi, frenando e mortificando i desideri dell’uomo vecchio; con giustizia riguardo al prossimo, con pietà riguardo a Dio, amandolo e servendolo con ispirito di figliuoli. Così in tre sole parole ci da l’Apostolo un ammirabile compendio di tutti i doveri della vita cristiana.

13 expectantes beatam spem, et adventum gloriae magni Dei, et Salvatoris nostri Iesu Christi: 13 In espettazione di quella beata speranza, e di quella apparizione della gloria del grande Dio, e salvatore nostro Gesù Cristo:

Ver. 13. In espettazione di quella beata speranza. Speranza si pone qui, come in altri luoghi, per la cosa sperata. Abbiamo altrove notato, come in questa espettazione costituisce l’Apostolo il principale carattere dell’uomo Cristiano.
E di quella apparizione della gloria del grande Dio e salvatore ec. Testimonianza illustre della divinità di Gesù Cristo osservata da tutti i Padri e greci, e latini; onde quegli Interpreti, i quali benchè cattolici, e rettamente pensanti intorno all’esser di Cristo, con tutto ciò credono, che quelle parole del grande Dio abbiano a riferirsi a Dio Padre, e si allontanano contro le regole della Chiesa dal comune consentimento dei Padri, in cui quello della Chiesa è racchiuso, e lo fanno senza ragione veruna; imperocchè si può facilmente dimostrare, che e la frase greca, e la serie del discorso, e la parola apparizione, o sia venuta (come ha la Volgata) non permettono, che ad altri si riferiscano quelle parole, fuori che a Gesù Cristo.

14 qui dedit semetipsum pro nobis, ut nos redimeret ab omni iniquitate, et mundaret sibi populum acceptabilem, sectatorem bonorum operum. 14 Il quale diede se stesso per noi, affine di riscattarci da ogni iniquità, e per purificarsi un popolo accettevole, zelatore delle buone opere.

Ver. 14. Affine di riscattarci da ogni iniquità. Con prezzo tale volle Gesù Cristo e liberarci dalla schiavitù del peccato, sotto del quale eravamo venduti, e formarsi un popolo tutto santo, accettevole per la fede, e per la carità, di cui tutti i membri gareggiassero nello studio ed amore delle buone opere. Questo è tutto quello, che volle acquistarsi Gesù Cristo in contraccambio de’ patimenti, delle umiliazioni, e della morte sofferta per noi. E non v’ha dubbio, che un tale acquisto è degno di un tal Redentore, e dimostra la eccessiva carità di lui verso degli uomini, il solo bene de’ quali venne a procurare con tali mezzi.

15a Haec loquere, et exhortare, [in Christo Iesu, Domino nostro.] et argue cum omni imperio. Nemo te contemnat. 15a Cosi ragiona, ed esorta, [in Cristo Gesù Signor nostro.] e riprendi con ogni autorità. Nissuno faccia poco conto di te.

Ver. 15. Nissuno faccia poco conto di te. Diportati in tal guisa, vivi si santamente, che nissuno abbia ardimento di disprezzare la tua persona, e di contrariare il tuo, ministero.



Graduale

Sl 109:3,1

3 Tecum principium in die virtutis tuae in splendoribus sanctorum: ex utero ante luciferum genui te. 3 Teco è il principato nel giorno di tua possanza tragli splendori della santità: avanti la stella del mattino io dal mio seno ti generai.

Ver. 3. Teco è il principato nel giorno di tua possanza ec. La voce principium in significazione di principato si trova anche presso gli scrittori profani (Sveton. in August.); e tutti i Padri Greci nello stesso senso espongono la voce Greca corrispondente, e anche s. Agostino. Posto ciò il Padre dice al Verbo incarnato: teco, ovver presso di te sarà il regno, e l’impero in questo giorno di tua possanza, cogli splendori, cioè colla magnificenza e colla gloria dovuta a te, che se’ santissimo e principio di tutta santità. Tu otterrai il principato in questo giorno, in cui risplende la tua possanza, principato pieno di splendore e d’immensa gloria, qual si conviene all’altissima tua santità. La voce sanctorum e di genere neutro, e significa le cose sante, la santità. Ma qual è il giorno, in cui il Figlio di Dio fatto uomo prenderà possesso dello spirituale eterno suo regno? Quantunque alcuni intendano per questo giorno il dì del giudizio, mi sembra però molto più giusto il parere di quelli, che dicono significarsi il tempo della gloriosa risurrezione; perocchè fin d’allora cominciò egli a regnare, e ad avere per suo retaggio le genti, e per suo dominio l’estremità della terra, Psal. II. I., e allora fu egli costituito Giudice de’ vivi e de’ morti, e capo delle dominazioni e dei principali, onde nel nome di lui si piega ogni ginocchio in cielo, in terra e nell’inferno.
Avanti la stella del mattino io dal mio seno li generai. Il seno, ovver l’utero di Dio dinota la divina fecondità, per cui il Padre della sua propria sostanza genera il Figlio non solo simile a se nell’essenza, ma della stessa sua essenza, essendo il Figlio consustanziale al Padre, e una sola sostanza col Padre. La stella del mattino è quella, che precede il levar dei sole. Il Padre adunque espone in queste parole la divina eterna generazione di quei Figliuolo, a cui ha detto di sedere alla sua destra, e a cui disse, che appartiene il sovrano impero sopra tutte le creature. Prima della creazione delle cose, prima che fosse la stella del mattino io dal mio seno, vale a dire (come spiega s. Girolamo) della mia natura, delle mie viscere, della mia sostanza, della sostanza di mia divinità ti generai. È adunque dimostrato in questo parole, che Cristo è Dio come il Padre, perché è della stessa sostanza del Padre, ed è ab eterno, perché la generazione di lui e avanti a tutte le cose create, e prima de’ secoli. Queste stesse parole possono ancora adattarsi alla natività temporale di Cristo dal seno della Vergine in questo senso: prima che io creassi la stella dei mattino ab eterno dall’utero di una Vergine senza opera d’uomo io ti generai, cioè determinai di generarti. Perocchè spessissimo nelle Scritture si dice fatto da Dio quello, che egli da tutto l’eternità determinò di fare nel tempo.

[V:] 1 Psalmus David. Dixit Dominus Domino meo: Sede a dextris meis: Donec ponam inimicos tuos, scabellum pedum tuorum. [Alleluia, alleluia.] [V:] 1 Salmo di David. Disse il Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra: Fino a tanto che io ponga i tuoi nemici sgabello a’ tuoi piedi. [Alleluia, alleluia.]

Ver. 1. Disse il Signore al mio Signore: Siedi ec. Egli è Davidide, che parla e introduce il Padre eterno, il quale al Figliuol suo incarnato dice quello, che segue. Davidde da al Cristo il titolo di suo Signore, ed egli veramente non sol come Figliuolo di Dio consustanziale al Padre e Signor di Davidde e di tutti gli uomini, ma anche in qualità di uomo si per dono del medesimo Padre, e si in virtù della sua redenzione, per cui un nuovo diritto si acquistò sopra tutte le cose, anche sopra degli Angeli. Quindi il popol Cristiano dall’Apostolo Pietro e chiamato popolo d’acquisto. A questo figliuolo suo (e figliuol di Davidde secondo la carne) dice il Padre: siedi alla mia destra: governa, regna con me, godi della mia gloria, partecipa di mia possanza e della mia maestà. Sta’ sopra tutte le virtù e potestà, sopra tutte le cose create, sta’ vicino a me, accanto a me nel luogo più eccelso e più orrevole: regna meco con potestà eguale come Dio, con potestà simile in quanto uomo, e questa potestà esercita sopra tutte le cose in cielo e in terra. Sedere alla destra del Padre vuol dunque dire aver parte alle ricchezze, alla magnificenza, alla gloria del Padre.
Fino a tanto che io ponga ec. Si potrebbe tradurre: anche fino a tanto che ec. Regna con me anche in questo tempo, nel quale restano ancora de’ nemici del tuo regno, i quali non sono ancora domati: regna anche in questo tempo, che io finalmente a’ tuoi piedi soggetterò tutti questi nemici, riducendoli ad estrema e ignominiosa soggezione, a soggezione dura, forzata, e servile, a differenza della dolce, amorosa, volontaria soggezione degli amici, e figliuoli. I nemici del regno di Cristo sono il demonio, i Giudei, i Gentili e tutti gli empi.

Sl 2:7

[V:] 7 Dominus dixit ad me: Filius meus es tu, ego hodie genui te. [Alleluia.] [V:] 7 Il Signore disse a me: Tu se’ mio figliuolo; io oggi ti ho generato. [Alleluia.]

Ver. 7. [cf. Introito]



Vangelo

Lc 2:1-14

In illo tempore: (In quel tempo:)

1 Factum est autem in diebus illis, exiit edictum a Caesare Augusto ut describeretur universus orbis. 1 Di quei giorni uscì un editto di Cesare Augusto, che si facesse il censo di tutto il mondo.

Ver. 1. Che si facesse il censo ec. Di questo censo si conservavano gli atti negli archivi di Roma ai tempi di s. Giustino, e di Tertulliano, donde fo ragione, che niuna Chiesa meglio della Romana potè sapere il dì della nascita di Gesù Cristo: per la qual cosa la tradizione Romana, per la quale fino dai primi secoli trovasi fissato il natale di Cristo ai 25 di dicembre, è da preferirsi alle diverse opinioni delle altre Chiese, le quali una volta discordavano in questo punto da Roma. Il fine di questo censo era di conoscere il numero degli abitanti, e lo stato, e i capitali di ciascuna provincia dell’impero Romano: il quale essendo allora esteso per una gran parte del mondo conosciuto, dicesi perciò, che questo censo abbracciava tutto il mondo con iperbole assai comune anche negli scrittori profani.

2 Haec descriptio prima, facta est a praeside Syriae Cyrino: 2 Questo primo censo fu fatto da Cirino preside della Siria.

Ver. 2. Questo primo censo fu fatto da Cirino ec. Notisi in primo luogo, che Cirino pronunziato alla maniera de’ Greci è Quirino alla Latina, e che questo preside, o sia prefetto della Siria egli è Publio Sulpizio Quirino mentovato da Giuseppe, da Svetonio, da Tacito, e da altri. In secondo luogo, dove nella nostra Volgata si legge comunemente, che il censo fu fatto da Cirino preside della Siria, il Greco porta, che fu fatto il censo (intendi nella Siria, sotto il qual nome comprendevasi la Giudea) essendo Cirino preside della Siria. In terzo luogo, che la maniera più plausibile di conciliare con s. Luca quegli scrittori, i quali danno in questo tempo preside alla Siria non Cirino, ma Senzio Saturnino, ella è di dire, che a Cirino fu data da Augusto la speciale incumbenza di far questo censo nella Siria, come a persona ben informata delle cose dell’Oriente, perchè egli aveva guerreggiato nella Cilicia vicina alla Siria: imperocchè la voce Greca tradotta per preside significa qualunque specie di giurisdizione anche straordinaria. In quarto luogo, questo censo dicesi il primo, perchè non mai per l’avanti erasi fatta tal cosa nella Giudea, dopo che era stata soggiogata dai Romani. Nel tempo di questo censo, essendo il mondo in piena pace, volle nascere Gesù Cristo, si perchè con tale occasione la Vergine partita da Nazarette si trasferisse a Betlemme, dove, secondo la celebre profezia di Michea, dovea nascere il Cristo, e si conoscesse, che ed ella, e il figlio erano della stirpe di David; e si affinchè descritto egli pure nella generale descrizione di tutti gli uomini e vero uomo si dimostrasse, e, soggettandosi con essi all’impero di un terreno monarca, colla sua umiliazione da una più funesta schiavitù li togliesse.

3 et ibant omnes ut profiterentur singuli in suam civitatem. 3 E andavano tutti a dare il nome ciascheduno alla sua città.

Ver. 3. Ciascheduno alla sua città. A quella citta, da cui avea avuta origine ciascuna famiglia. Cosi Betlemme era patria d’Isai padre di Davidde, e ivi era nato Davidde, il quale alla medesima dette il nome; e perciò s. Giuseppe, e la Vergine andarono a Betlemme. Questa maniera di fare il censo era comodissima nella Giudea, dove era tanto diligentemente osservata la distinzione non solo delle tribù, ma anche delle famiglie; e in questo modo era stato fatto ne’ precedenti tempi il censo di questo popolo. Vedi Giuseppe Antiq. VII. I4. I Reg. XV. 20. Dando in tal guisa tutti gli Ebrei il loro nome, e professando soggezione all’imperatore di Roma venivano a confessare solennemente di aver perduto e regno e libertà; la qual cosa dovea rendergli attenti alla venuta del Messia.

4 Ascendit autem et Ioseph a Galilaea de civitate Nazareth in Iudaeam in civitatem David, quae vocatur Bethlehem: eo quod esset de domo, et familia David, 4 E andò anche Giuseppe da Nazaret città della Galilea alla città di David, chiamata Betlem nella Giudea, per essere egli della casa, e famiglia di David,
5 ut profiteretur cum Maria desponsata sibi uxore praegnante. 5 A dare il nome insieme con Maria sposata a lui in consorte, la quale era incinta.
6 Factum est autem, cum essent ibi, impleti sunt dies ut pareret. 6 E avvenne, che, mentre quivi si trovavano, giunse per lei il tempo di partorire.
7 Et peperit filium suum primogenitum, et pannis eum involvit, et reclinavit eum in praesepio: quia non erat eis locus in diversorio. 7 E partorì il figlio suo primogenito, e lo fasciò, e lo pose a giacere in una mangiatoia; perché non erari luogo per essi nell’albergo.

Ver. 7. In una mangiatoia. Che questa mangiatoia fosse in una spelonca, ci viene attestato generalmente dagli antichi Padri, Giustin. Orig. Euseb. Atanas. Ilar., ec.

8 Et pastores erant in regione eadem vigilantes, et custodientes vigilias noctis super gregem suum. 8 Ed eranvi nella stessa regione de pastori, che vegliavano, e facean di notte la ronda attorno al lor gregge.

Ver. 8. Ed eranvi nella stessa regione de’ pastori, ec. Ai pastori (quali erano i patriarchi, e massimamente Abramo, e lo stesso Davidde) era stato promesso Cristo. Ai pastori, prima, che a ogni altro, si fa egli conoscere appena nato, eleggendo Dio, come dice l’Apostolo, le ignobili cose del mondo, e le spregevoli, affinchè nissuna carne si dia vanto dinanzi a lui, I. Cor. I. 28. 29. Questi pastori non solamente furon eletti a vedere, e adorare i primi il nato Salvatore, ma ebber la gloria di annunziarlo anche ad altri, vers. 18. Egli essendo il principe de’ pastori, quel pastore per eccellenza, di cui tante cose erano state scritte particolarmente in Ezechiello, cap. 34.; quel pastore venuto a cercare la pecorella perduta, e a dare la propria vita per la salute del gregge, è immediatamente rivelato ai pastori, ne’ quali risplendeva un’immagine della sua carità, e una figura del pacifico spirituale regno, che ei dovea esercitare sopra le anime.

9 Et ecce angelus Domini stetit iuxta illos, et claritas Dei circumfulsit illos, et timuerunt timore magno. 9 Quand’ecco sopraggiunse vicino a essi l’Angelo del Signore, e uno splendore divino gli abbarbagliò, e furono presi da gran timore.

Ver. 9. E uno splendore divino gli abbarbagliò. Un antico Interprete osserva, che in tutto il vecchio testamento non mai si legge, che gli Angeli apparissero ammantati di simil luce; perchè questa era una distinzione propria, e conveniente a questo tempo, in cui era nato colui, che è luce ai cuori retti, Ps. CXI.

10 Et dixit illis angelus: Nolite timere: ecce enim evangelizo vobis gaudium magnum, quod erit omni populo: 10 E l’Angelo disse loro: Non temete: imperocché eccomi a recare a voi la nuova di una grande allegrezza, che avrà tutto il popolo:
11 quia natus est vobis hodie Salvator, qui est Christus Dominus in civitate David. 11 Perché è nato oggi a voi un Salvatore, che è il Cristo Signore, nella città di David.

Ver. 11. Un Salvatore, che è ec. Con questo nome di Salvatore, era stato promesso, e annunziato più volte il Messia, Isai. XIX. 20. Zachar. IX. 9.

12 Et hoc vobis signum: Invenietis infantem pannis involutum, et positum in praesepio. 12 Ed eccovene il segnale: troverete un bambino avvolto in fasce, giacente in una mangiatoia.

Ver. 12. Ed eccovene il segnale: ec. È credibile, che l’Angelo accennasse ai pastori anche il preciso luogo, dove Cristo era nato; ma avendolo s. Luca descritto di sopra, non lo ha ripetuto in questo luogo. Ma quanto è ammirabile il contrasto, che Dio ha voluto che fosse tralle umiliazioni del Verbo fatto uomo, e i miracoli di grandezza tutta divina, che in mezzo alle stesse umiliazioni risplendono! Nasce egli di madre povera, ma vergine; nasce in una stalla, è posto in una mangiatoia, ma tutto riempie all’intorno di luce celeste; è annunziato dall’Angelo ai pastori ma ha al suo servizio la celeste milizia, la quale lo riconosce, e lo predica per suo Dio e Signore. Questo contrasto di oscurità e di luce si osserva costantemente nei misteri del Salvatore, affinchè mani festa si renda ugualmente la volontaria bassezza, a cui discese per amor nostro, e la sovrana maestà del Verbo di Dio, splendor della gloria, e figura della sostanza del Padre.

13 Et subito facta est cum angelo multitudo militiae caelestis laudantium Deum, et dicentium: 13 E subitamente si unì coll’Angelo una schiera della celestiale milizia, che lodava Dio, dicendo:
14 Gloria in altissimis Deo, et in terra pax hominibus bonae voluntatis. 14 Gloria a Dio nel più alto de’ cieli, e pace in terra agli uomini di buon volere.

Ver. 14. Gloria a Dio ec. In Isaia cap. XLIV. 23. XLIX. 13. erano invitati i cieli, cioè i cittadini celesti, a dar gloria a Dio per questa stessa opera della possanza, sapienza, e bontà di lui; e ciò eglino fanno adesso con queste parole, le quali sono da tanti secoli nella bocca della Chiesa il principio di quel mirabile cantico, col quale ella benedice, e ringrazia il Signore nella celebrazione de’ di vini misteri.
Pace in terra. Col nome di pace intendesi nelle Scritture ogni sorta di bene: or dice l’Apostolo, che tutti i beni diede a noi Iddio, allorchè ci diede il suo Unigenito divenuto nostro fratello. Particolarmente però s’intende qui col nome di pace la riconciliazione nostra con Dio, della qual pace il mediatore fu Cristo.
Agli uomini del buon volere. Che questa lezione della Volgata sia da preferirsi alla odierna lezione Greca, sembra certissimo dalla maniera, onde è riportato questo luogo da molti antichi Padri e Greci, e Latini. Dove noi leggiamo del buon volere, il Greco ha una parola, la quale in altri luoghi si spiega dal nostro interprete Latino colla voce beneplacito, e a Dio solo suol riferirsi, e significa il buon volere di Dio verso degli uomini. Dice adunque pace in terra agli uomini del buon volere, pe’ quali cioè ha il Signore buona, e propensa volontà; e con ciò s’intende i predestinati, i quali soli fanno acquisto della pace por tata da Cristo a tutti gli uomini. Vedi s. Iren. l. 3. II. E come notò il Maldonato, s’insegna qui, che non pel merito degli uomini, ma per la sola misericordia, e liberalità di Dio è stabilita questa pace.



Offertorio

Sl 95:11,13

11a Laetentur caeli, et exultet terra, commoveatur mare, et plenitudo eius:
12 gaudebunt campi, et omnia quae in eis sunt. Tunc exultabunt omnia ligna silvarum
11a Rallegrimi i cieli, ed esulti la terra: il mare sia in movimento con tutte le cose ond’egli è ripieno: tripudieranno le campagne, e tutto quello, che in esse si trova.
12 Allora esulteranno tutti gli alberi delle selve

Ver. 11-12. Rallegrinsi i cieli, ed esulti la terra ec. Invita tutte le creature, il cielo, la terra, il mare, le campagne, le piante a rallegrarsi per la venuta di Cristo nel suo regno, perché egli viene a governare il mondo con gran giustizia e con infinito vantaggio di tutto il genere umano. Alcuni osservano, che forse sono qui introdotti specificatamente gli alberi delle selve e boscaglie a far festa della venuta di Cristo, perché i boschi particolarmente erano pell’avanti consacrati all’intame culto de’ falsi dei.

13a a facie [ante faciem] Domini, quia venit: quoniam venit iudicare terram. Iudicabit orbem terrae in aequitate, et populos in veritate sua. 13a dinanzi al Signore, perché è venuto, perché venuto egli è a governare la terra. Governerà la terra con equità; governerà i popoli secondo la sua verità.

Ver. 13. Secondo la sua verità. Secondo la vera e santa sua legge: ovvero secondo le sue fedeli promesse.



Comunione

Sl 109:3

3b Tecum principium in die virtutis tuae in splendoribus sanctorum: ex utero ante luciferum genui te. 3b Teco è il principato nel giorno di tua possanza tragli splendori della santità: avanti la stella del mattino io dal mio seno ti generai.

Ver. 3. [cf. Graduale]